Dadà si racconta: tra musica, visioni e fiabe, il suo universo prende vita al Teatro Trianon Viviani

FOTO_@Danijel Cvijic

Se in prima fila ci fosse la Dada’ adolescente, quale momento del tuo spettacolo vorresti farle vedere? E quale pensi che farebbe fatica ad accettare?

Mi farebbe molto piacere farle vedere le parti dello spettacolo in cui sbaglio, ma sorrido e mi perdono andando avanti. Da piccina mi autoflagellavo per giorni se dimenticavo le parole di un brano, se mi tremavano le mani suonando o se mi tremava l’angolo della bocca per l’emozione. La buona notizia è che talvolta mi capita di sbagliare ancora, da sana e appassionata umana, ma resto appollaiata sulla sbavatura per meno tempo. Ecco mi piacerebbe farle vedere il sorriso di oggi che spalanca la sicurezza nel continuare, anche se imperfetti. Cosa farebbe fatica ad accettare? Mah, forse avrebbe la conferma che nel mio settore c’è la malsana e sempreverde abitudine di considerare ad occhio “più valide” le persone seriose, mentre l’ironia e il non prendersi sul serio sono così rari. Io sono figlia anche di Carosone: in una valle di lacrime seriose, portò la buona musica, ma sfottendo chiunque, persino se stesso.

 

Con “Le fiabe di Donna Ruvia” sei autrice, compositrice e regista. Ci racconti se qualche scelta fatta durante le prove ha cambiato lo spettacolo? Un’idea che sulla carta sembrava giusta e che il palco ti ha costretta a ripensare.

Tante! Sulla carta si disegnano le farfalle, poi quando prendono vita e volano, la traiettoria può cambiare, deve cambiare: credo molto nell’imparare facendo. Correggere vuol dire essere liberi, avere possibilità di scelta.

FOTO_@Danijel Cvijic

Donna Ruvia mette in discussione la figura della strega. Chi viene trattata da “strega” oggi, anche senza essere chiamata così? Ti viene in mente una situazione che una ragazza potrebbe riconoscere nella propria vita?

A parte la banale e cruda verità circa la narrazione socio-culturale della donna nel mondo in generale, per la quale mi batto, ma infilando il mio punto di vista tra fessure più metaforiche della mia attività autorale perché per inclinazione credo che l’immagine retorico-poetica arrivi sempre prima e in maniera più completa della sola parola diretta “Sono femmina e per te sono un nulla o sono una santa”… mmmh sicuramente io mi sono auto-trattata da strega sentendomi “cattiva” quando dicevo dei “no” o quando voltavo le spalle davanti a un sopruso, per l’estrema empatia di voler capire l’altro. Beh, ma se l’altro non si sforza di capirci, è una trappola. Immagino che ci siano tante ragazze che facciano fatica ad autodeterminarsi per un senso di colpa intimo, generazionale, storico, ma anche sulle cose più banali, anche ragazzi. Essere strega è un plus: la vita va attraversata a vele spiegate e con la gentilezza in poppa, ma il “vaffanculo” a volte è quell’elica che ti aggiunge una spinta in più per uscire da certi pantani. Mettiamola così! Ho imparato da pochi mesi, non sono ancora esperta.

 

Molti giovani si sentono chiedere di “essere se stessi”, purché non disturbino troppo. Tu quando hai scoperto che esprimerti liberamente poteva avere un prezzo?

Noi giovani non viviamo un’epoca facile: siamo chiamati a specchiarci in una società e in una cultura contemporanea senza troppe certezze, senza supporti, senza guide. Anzi, veniamo aggrediti; penso all’abuso comportamentale di Bruno Vespa verso la giovane studentessa invitata dallo stesso ad esprimersi. Pietropolli Charmet lo spiega a meraviglia in “Fragile e Spavaldo”: l’adolescente che prima era Edipo, appendice del genitore, si ritrova Narciso (per erronea valutazione) a specchiarsi solitariamente in se stesso, perché non ha altro valido riflesso e ritorno per autodifferenziarsi e autodeterminarsi, vuoi per la crisi umano-globale vuoi per la fuga di tutta una serie di garanzie esistenziali e civili. Ho sofferto molto e ancora soffro talvolta in questo dissidio interiore dell’essere inclusa, ma al prezzo di tradirmi. Questo disco è proprio il mio addio al gregge. Mi ha sempre fatto venire le bolle e la rabbia nelle guance lo spirito gregario, il pascolo docile della finzione. Sono una che prende posizione, in tutto. La neutralità non fa per me, in generale nella vita: dal fare la musica che sento in corpo, sino al difendere a spada tratta un’amica. Per essere se stessi bisogna disturbare, lo dice la parola stessa…scompigliare, disperdersi. Come quando rovesci sul tavolo il pacco di caramelle per cercare quella che ti piace di più. Io condividevo le caramelle con la mia gemella, mi piacevano quelle alla fragola, a volte “disturbavo” tutto il pacchetto per prendere tutte quelle che mi piacevano e sistemavo tutte quelle al limone e all’arancia di nuovo nella confezione. Eh oh, se non disturbi, non ti esplori. Ma poi disturbare a chi? Un umano che vibra di vita vera non verrà mai disturbato dalla libertà altrui. Parliamoci chiaro!  

Nelle fiabe c’è spesso una voce che dice come bisogna comportarsi. Quale “una brava ragazza deve…” vorresti lasciare fuori dal teatro?

Quelle sono più le favole. Le fiabe vere, quelle originali, non prevedono morale.

Ma lascio la domanda stessa fuori dal teatro, nemmeno ci deve mettere piede. In partenza non c’è spazio nemmeno per ipotizzarlo un tempo da dedicare ancora a queste cose. Un collega uomo non dovrebbe cercare una risposta a tal proposito, non la cerco nemmeno io.

 

Si dice spesso che i giovani non vanno a teatro. Se affidassimo a loro il diritto di rispondere, quale critica al teatro pensi dovremmo essere pronti ad ascoltare?

Non sono in grado di dare una risposta. Parlando per me e mai per gli altri “giovani”, a me piacerebbe vedere anche sul palco la disponibilità ad accogliere i giovani già come artisti da scoprire, includere, supportare. E a tal proposito credo di aver incontrato un alleato che sa sbirciare tra le voglie e le febbri artistiche giovanili, ovvero Pierpaolo Sepe, attualmente anche direttore artistico del Teatro Trianon di Napoli. E aggiungo forse un accesso alla cultura più conforme alle disponibilità economiche di un giovane contemporaneo, nettamente diverse rispetto agli anni passati. Anche in questo Sepe ha scelto i giovani, proponendo tariffe agevolate e un girotondo culturale assicurato o quantomeno aperto a fare entrare il popolo tutto e indistintamente tra le poltrone e le luci di un teatro. Vediamo chi varca la porta! È nobile e auspicabile fare inviti, ma vanno anche accettati questi ultimi!

 

Immagina un ventenne che ascolta la tua musica ma pensa: “Il teatro non è un posto per me”. Come gli racconteresti una tua serata in scena? Cosa dovrebbe sapere per sentirsi accolto, anche alla sua prima volta?

Ci può stare. Io non canto solo a teatro, se si sente più a suo agio in piazza, lo aspetto in piazza, in un club. Non è mio compito rassicurare il pubblico, tutt’altro e non ho interesse a fare da pedagoga artistica; tantomeno convincerlo a venire laddove non sente un richiamo. Magari sarà un amico a portarcela, come spesso mi è stato poi raccontato: spacciare nuove esperienze, così come nuova musica, è una cosa preziosa.

 

Sui social possiamo correggere, tagliare, rifare. In scena una voce può incrinarsi e un silenzio può durare più del previsto. Come vivi il momento in cui non puoi più controllare l’immagine che arriva agli altri?

Vivo meglio in scena che sui social. I social non sono questa promessa di libertà e rettifica come li vediamo, eh. Sono piccole gabbiette, etichettanti, marchi a fuoco. Pensate alle gogne mediatiche, alla desolata abitudine dirompente per la quale l’adesione ad un fenomeno viene letteralmente plagiato dall’hype, dal gregge che si sposta e si ammassa sul “boomerang” di turno lanciato e non fiorisce dal gusto, dalla scelta personale. Prima di sostenere, prima di mettere il famoso like o il famoso follow, le persone vedono prima “chi di quelli che conta” ha approvato quella cosa. Online davvero non puoi controllare, pura illusione credere di farlo. Dal vivo invece puoi fare una cosa assai più edificante e bella del controllo: connetterti con gli altri. Un errore, una gioia, un brivido… tutto si muove dal vivo nel vero dell’umano e sicuramente lascia traccia con misura e realtà, nel bene e nel male.

 

Il tuo lavoro attraversa tradizione napoletana, elettronica e racconto. Quale elemento della tradizione hai sentito il bisogno di contraddire per poterlo fare tuo?

Qualcosa oserei dire della tradizione napoletana, eh. Forse solo la lingua e l’uso del dialetto arcaico o meglio come direbbe mio nonno “originale, speciale”. Mah io non mi penso attraverso Napoli e credo che Napoli non si voglia pensare attraverso me. Esisto anche oltre la macchia di pomodoro e l’ombra del Vesuvio, a me piace contraddire tutto. Non solo della terra dove sono cresciuta, ma di tutto quello che vivo. Non mi aggancio mai per natura a quello che vedo, subito provo a sentire davvero io cosa muovo.

 

A un giovane artista napoletano può capitare di sentirsi “troppo napoletano” per qualcuno e “non abbastanza” per qualcun altro. Ti è successo? Ci racconti una scelta in cui hai deciso di non cercare il permesso di nessuno?

Eh, io mi scoccio di parlare sempre di Napoli. Che croce e delizia essere napoletani. Capisco che sia un’identità forte quella che brulica da sempre e per sempre nella mia terra, ma secondo me soprattutto oggi si sta commettendo l’errore di brandizzare le persone e la città. Sembra che se parli o canti in napoletano per forza devi campare di una catena di accessori annessi al pupazzetto napoletano. A me non piace il caffè, non tengo la cazzimma e al sole mi scotto. Si stanno sottovalutando gli artisti napoletani, anche loro stessi da soli: che dispiacere vedere tutti incastrati nello stesso beccuccio di una moka social-modaiola che spero sbuffi prima o poi: troppa calca fa vapore e il vapore appanna la vista e fa pure sudare. Certo potrebbe pulire i pori ahahah da tutta una serie di convinzioni e “must have” del napoletano buono.

 

Nello spettacolo affronti anche il senso di colpa. Qual è il senso di colpa che vorresti far riconoscere a un giovane spettatore? Come gli dai forma in scena, attraverso una parola, un gesto o un suono?

Non ho sensi di colpa da solleticare o illuminare negli altri, mi bastano i miei. Al massimo attraverso la narrazione in scena di granelli, anche incolpati, autobiografici, spero che qualche eco di vicinanza ci sarà, ma perché vorrà dire che non sono sola, che c’è vita comune fuori da me e dal mio spettacolo.

 

Hai mai ricevuto da una persona giovane una lettura del tuo lavoro che ti ha spiazzata? Qualcosa che tu non pensavi di aver raccontato e che lei, invece, aveva riconosciuto subito.

Sempre. Più dai giovani soprattutto. Anche dai giovanissimi, dai bambini. Sempre. È la parte che aspetto con più desiderio: vedere l’interpretazione altrui del mio lavoro, l’uso emotivo anche improprio che ne fa l’altro. Bellissimo, perché mi dona sempre un’altra faccia anche di me stessa. So chi sono, ma non mi piace assomigliarmi per sempre, è un brivido erotico di libertà potersi pensare come una pluralità di più soggetti, già ieri ero diversa da oggi.

 

Se un teatro di Napoli ti affidasse uno spazio e un piccolo budget per costruire un progetto con ragazzi che non lo frequentano, quale sarebbe la prima cosa che faresti? E quale decisione lasceresti interamente a loro?

Avendo insegnato per più di sette anni e mezzo su Milano e Napoli educazione musicale e creativo-emotiva, io aspetterei che in alcune attività emergesse da loro l’esigenza chiave. Lascerei tutto a loro, ma man mano solleticherei le corde della disciplina: prima si impara a parlare con la mamma, dopo la mamma ti ricorda e ti ripete che si dice “acqua” e non “quaqua”.

 

Per chiudere, ti proponiamo di iniziare una piccola fiaba qui, per Napoli a Teatro: “C’era una volta una ragazza a cui tutti avevano detto chi doveva essere…”. Come continua?

 …lei voltò le spalle e con voce dolce disse <<‘O culo ve risponne>> ahahahah. ‎<Questo messaggio è stato modificato>

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