NAPOLI – Per trentanove anni, il Teatro Bellini di Napoli ha rappresentato uno dei più importanti presìdi per la formazione teatrale in Italia, portando avanti — a titolo completamente gratuito — un’accademia di recitazione fondata sulla selezione tramite bando e provino. Tredici trienni si sono susseguiti in quasi quattro decenni di attività, formando circa 250 attori e attrici, molti dei quali oggi sono parte integrante del panorama teatrale e cinematografico italiano. Alcuni di loro hanno vinto premi prestigiosi, altri sono diventati volti noti al grande pubblico, ma tutti hanno contribuito a diffondere l’eredità viva del teatro italiano.
Dal 2015, con un cambio di visione guidato dalla direzione artistica di Gabriele Russo, accompagnato dalla sapienza di Costanza Boccardi e Marina Dammacco nella direzione didattica, l’accademia è diventata Bellini Teatro Factory: non solo un luogo di formazione per attori, ma anche uno spazio aperto a drammaturghi e registi. La Factory ha ridotto il numero di allievi attori per accogliere nuove professionalità, con l’obiettivo di formare gruppi creativi capaci di generare progetti completi: dalla scrittura, alla regia, alla messa in scena.
Questo approccio si è rivelato fertile: sono nati autori, testi, collettivi artistici, esperimenti, tentativi. Alcuni brillanti, altri acerbi, ma tutti accomunati da un’urgenza espressiva concreta. La Factory è diventata un luogo di creazione continua, che ha invertito il flusso migratorio della formazione teatrale: oggi, il 40% degli allievi proviene da fuori regione.
Nonostante l’alto livello riconosciuto nel settore, il percorso non ha mai goduto di sovvenzioni pubbliche. È stato finanziato unicamente dall’attività teatrale del Bellini, nella convinzione che investire sui giovani artisti sia un atto culturale e politico necessario.
Il nuovo progetto prevede un anno di produzione teatrale continuativa che coinvolgerà tutti i neodiplomati in quattro spettacoli, diretti da registi diversi, nei palcoscenici del Piccolo Bellini e del Bellini. Un’esperienza concreta e totalizzante: repliche numerose, impegno costante, crescita reale.
L’obiettivo è duplice: offrire una possibilità unica di lavoro a giovani artisti formati e, al tempo stesso, creare una nuova compagnia fluida, la Compagnia Bellini Teatro Factory, aperta anche ad altri talenti provenienti da altre accademie e scuole, in un processo dinamico e in continuo ascolto delle urgenze delle nuove generazioni.
La visione artistica: una pedagogia del rischio
Nell’ideazione di questo nuovo percorso — condiviso nelle intenzioni con Mimmo Borrelli e progettualmente accompagnato da Marina Dammacco — ho sentito con chiarezza che questa nuova direzione nasce da quanto maturato proprio all’interno della formazione, nel lavoro quotidiano con gli allievi e le allieve.
Nel contesto privato e protetto della formazione si apre uno spazio di libertà espressiva e possibilità di ricerca raramente replicabile altrove. È un luogo fertile in cui anche l’errore o il fallimento diventano materiale creativo, in cui la mancanza di mezzi e risorse può trasformarsi in spinta poetica. L’ostacolo, se ascoltato, può farsi teatro.
È qui che nasce la forza di un’idea di pedagogia non verticale, ma maieutica: dove non si impone, ma si accompagna; dove si lavora fianco a fianco, nella fiducia reciproca, nel rischio condiviso. E nel paradosso di essere liberi dall’ansia del risultato, si produce più forma, più senso, più arte di quanta se ne ottenga spesso in contesti più standardizzati e “protetti”.
È il mistero del teatro, che per sua natura dovrebbe sempre camminare sul filo dell’ignoto, per rivelare all’artista e allo spettatore qualcosa di inatteso, nascosto, essenziale.
Già nel primo triennio della Factory, prima della pandemia, erano emersi lavori forti, sorprendenti, che avevano incontrato con successo un pubblico vero. Dopo la pausa forzata, questo spirito è stato rilanciato già nel triennio precedente. Ma è oggi, con la chiusura del triennio diretto da Mimmo Borrelli, che lo raccogliamo con nuova energia, obiettivi più chiari, e una consapevolezza più matura.
Ora vogliamo far crescere un potenziale creativo enorme, accompagnando questi giovani in un’esperienza completa, totalizzante, anche nelle sue implicazioni pratiche e professionali.
La voce di un collettivo — fatta di corpo, parola, gesto, testo — sarà guidata da artisti attenti, capaci di ascolto, nel passaggio decisivo verso la scena e il mondo del lavoro. Impareranno la ritualità invisibile del mestiere: la ripetizione che non è mai uguale, la gestione degli spazi, dei tempi, delle convocazioni, dei costumi, delle quinte, degli oggetti. Tutto ciò che rende un attore un vero professionista — e che nessuna scuola può insegnare se non andando in scena.
Il Teatro Bellini continua così a costruire il futuro, scommettendo sul talento visto al buio di una sala prove. Un talento spesso invisibile, ma che — quando accade
— ci ricorda perché il teatro esiste.
E perché ha ancora senso investire, rischiare, credere.
Per questo diciamo, oggi, siamo pronti a sentirci pronti.
Gabriele Russo
L’ARTIFICIO. PREMESSE. OPERAI DELL’ARTE
Il mestiere dell’attore è un’arte seria. Un artigianato in continua pratica e ripetizione, poiché condannato dalla forca delle repliche. Siamo operai di un’arte seria, una scienza inesatta nell’esattezza della sua inequivocabile necessità. L’uomo ha bisogno primario di testimoniare la sua esistenza. Gli officianti che vi riescono sono coloro che vanno a ripetere in serie, in modo sempre uguale, con partiture precise e organiche le quali dirigono verso un unico fine: emozionare.
Il teatro è l’atto e soprattutto l’arte del “fare”, della messa in corpo, suono e voce delle emozioni umane.
Mettere quel corpo in cammino, con la prova esiziale della scena: ma non più da allievi protetti dalla condizione “dell’ateneo scenico”. Ma determinati e giudicati dal talento. La moneta.
LA NUOVA FACTORY: UNA COMPAGNIA
Un anno di tirocinio e avviamento al lavoro, un percorso e responsabilità enormi, che vedrà la giovane compagnia, costituita appena il giorno dopo il diploma, misurarsi da protagonisti ed in piena fiducia di riconoscimento delle loro capacità da mettere alla prova, con ben quattro eventi di valore, nell’ambito del cartellone della stagione 2025-26 del Teatro Bellini. Si comincia con “Opera in Transizione” per ben dodici repliche con la mia guida in quel di luglio 2025.
Avendo la fortuna di avere allievi provenienti un po’ da tutta Italia, ho chiesto ai miei ragazzi, due anni or sono, di fare interviste e raccogliere detti, proverbi e modi di agire e fare nelle varie realtà regionali da cui provenivano. Azione di ricerca antropologica, potremmo dire, da sovrapporre a quella già avvenuta dieci anni fa sul sito e la sua storia: il tutto attraverso la stesura ed elaborazione di glossari e piccoli vocabolari dai quali ho attinto con immensa curiosità e gioia.
Opera Pezzentella compiva dieci anni. Li compieva festeggiando la venuta alla scena di altre anime che si sono dimostrate più che degne. Torniamo quest’anno varando la conversione e mutazione della Factory. Pubblico che in tal senso anch’esso è accorso e dovrà prepararsi ancora ad un viaggio esperienziale lungo tre tappe e tre luoghi della chiesa: un fuori, un dentro, un sotto. Sacrestia, chiesa, ipogeo. Così come il Purgatorio rappresenta la terra di mezzo, il dentro tra il fuori e il sotto, di Paradiso e Inferno.
Quest’anno tocca a quelle stesse anime in transizione, che diverranno anime compagne e finalmente elevate al paradiso o inferno del professionismo, varando un percorso corredato da altre tappe condite di speranze disseminate di sogni spesso rappresi alle ugole già in lacrime di fallimento senza motivo e azione: nasce quindi la “Compagnia Factory” del Teatro Bellini.
Ci saranno un nuovo lavoro di Gabriele Russo e Arianna D’Angiò, ‘Neanche parenti’, e ‘Asfalto’, a firma di Michela Lucenti e Balletto Civile, coinvolti per la prima volta dal Teatro Bellini, dopo una felice esperienza di docenza. A fine stagione, arriverà “GIU-RO. Libera Gioventù Bannata dal Tempo.” Lo spettacolo che suggellerà il debutto nel teatro grande per così dire, dunque di fronte ad una platea enorme e famelica.
Un mondo probabilmente distopico, ma non fantascientifico e così lontano, dove ancorare l’amore indefinito di Romeo che rappresenta la notte, la non voglia di vivere di Giulietta, piccola rivoluzionaria che si rivede nella forza del sole. Il dis- astro dei padri, naviganti di imbarcazioni dove i figli vengono considerati al pari di schiavi ridotti in morte ai remi di galee.
È qui la fine. Il conflitto generazional si fa delitto. Figli che rinnegano, padri che i figli annegano.
I pianeti collidono senza costellazione. Dissestati gli assi di gravità e natali.
Giuro e credo sia coerente un’estinzione.
La morte dell’adolescenza si manifesta al buio, in un lutto e coincide con la festa. Il cupo si vede, s’evince dal suo totale nero. Oscurità senza nessun bagliore, nel momento in cui la luce sorge e sale contraddice le tenebre. Né senti lo sentore. In questi tempi bui, le storie si ripetono:
il crudo e nudo buio, in luce senza cometa. Ribelli, adolescenti, imbelli che si drogano di luce che mai si piega, ma arde d’inquieta.
I padri che già in rovina rappresentano: il prototipo degenerato dal rigurgito in pixelle di internet e social dell’heater fascista sputasentenze, che pur di trastullare, senza alcuna natura di amore, il proprio ego, in fallo, farebbe e commetterebbe qualsiasi atto di puro male. Il male senza motivo, l’ultimo prototipo di una generazione malata, umiliata, mai educata al bello se non nel suo possesso, giammai condiviso, ma osteggiato e messo in scena per il puro obiettivo di far star male gli altri, prossimi schiavi vicini, lontane carcasse di sfruttati.
Vincerà comunque l’amore.
Ma non senza morte di faccia e di cuore. Vincerà comunque il dolore.
Ma non senza esempio e onore.
IL PERCORSO
Tutto questo percorso è stato definito e concepito partendo dalla mia primordiale e non originale idea di formazione, che ho avuto fin dal primo momento, accettando quest’incarico dal Bellini tre anni fa: fare teatro nel trovare e scavare prima la propria personale unicità di corpo, voce, azione e soprattutto verità per poi destrutturarla. Partire dal proprio sé, per librarsi nel cielo dell’interpretazione in transizione, nell’altro da sé. Sollevarsi dalla formazione alle prove; dalle prove prima alla scena poi: attraverso le ali delle proprie identità. Magari partendo così come ha fatto il sottoscritto anni or sono, dalla propria voce madre.
Cercare in tutti i modi di non replicare tanti attori che agissero la scena al mio modo, bensì attori pensanti che agissero nelle medesime dinamiche ma con il

modo proprio. Quindi perché non partire dalla loro voce madre e dalla loro memoria spesso rimossa, dalla spaventosa e tanto decantata neutralità che disumanizza l’interpretazione attoriale negli ultimi anni ovunque. Formare attori, ciascuno con la propria originalità, spessore, confine, “liminalità”: ovvero personalità.
In tutti i progetti che vedranno oltre a me altri due grandi maestri del teatro contemporaneo, si partirà dalla loro presenza, creatività e ferita sempre aperta dell’anima per chi si appresta alle tavole della ribalta.
Attori che hanno già avuto l’anima da mettere in gioco, coristi che avranno l’ugola da tendere, scordare, nello sradicare ll’anema ra cuorpo, in un’ascesa protetta, seppur messa alla brace, del fuoco della purga più severa: il giudizio del pubblico.
A loro il compito di promulgare e proseguire il rito, questa nuova e vecchia missione, questa nuova prova, di prova in prova, che non sia definitiva per un’ascensione stabile e trascendente al teatro che si apre, nelle sue contraddizioni, difficoltà, incertezze, paure, gioie.
A loro il testimone. La responsabilità. La paura benvenga anche di fallire. Il peso della forma che spero formi e conduca sempre la loro azione che sia scenica, che sia umana, che sia reale.
VIENTO ALL’ANEMA
Mimmo Borrelli
post scriptum
Concluso il nostro viaggio al “vento in poppa” e di “bolina larga”, con una ciurma scelta e addestrata seppur già finemente, condannata ai marosi dell’incerta esistenza artistica, in cui versa l’arte stessa della recitazione e le condizioni di lavoro sempre più scarso, mal garantito e mal finanziato da stato e ministero: ci siamo chiesti, con onestà e visione, così come si fa alla fine di ogni percorso virtuoso o tortuoso che sia, il senso dell’intero seppur entusiasmante lavoro con i nostri ragazzi.
Ovvero quelli che saranno e sono i nostri figli del presente e soprattutto del domani.
Ci siamo posti una domanda esiziale anche per la vita e vitalità del teatro futuro: perché formare e scovare talenti, in una catena di montaggio infinita, anche se il mercato inflazionato e mediocre chiede sempre: meno maestranze e spesso meno talento, quanto più “like” e valore virtuale nella civiltà dell’odio e dell’apparire?
Percepire, nell’entusiasmo di aver raggiunto quasi tutti gli obiettivi formativi che ci eravamo posti, una sconfitta, combattendo di braccia e voce, quotidianamente con tutte le criticità e complicazioni del caso, quasi indipendente dal valore del nostro lavoro, ci ha fatto virare, impaurire e riflettere.
Siamo in pericolo. In guerra seppur lontana da guerre ben più spaventose di stragi e olocausti.
Una sola parola mi è venuta in aiuto in notti insonni sul senso dell’arte e della formazione: TRASMETTERE.
Abbiamo il dovere di trasmettere non solo capacità, tecnica, etica del lavoro e creatività. Ma mai come oggi, soprattutto determinazione e ancora voglia di sognare senza essere ingrigiti dalla fuliggine della mediocrità diffusa, che stempera e “zavorra” ogni gioia sia di colori, che di speranza.
Dove il valore non è più un criterio di scelta, quanto la capacità demenziale di avere consenso qualunque essa sia la formazione e indipendentemente dalle proprie qualità.
Qualunque sia il costo del consenso superficiale a scapito del profondo valore artificiale.
Trasmettere una visione, uno stare in scena ed al mondo della scena.
Ma tutto questo non può accadere se non con altre sacre e “malussante” parole: delegare, responsabilizzare, fallire.
Mettere in prova realmente le proprie qualità nel pieno pericolo di un fallimento esiziale.
Fallire nel timore di fallire per determinarsi al rialzarsi di slancio in quella che è l’evoluzione dell’uomo.
I giovani ti insegnano tanto e nei tre anni passati con gli allievi, oramai già attori, della Bellini Teatro Factory, non mi ero reso conto che stavo studiando antropologicamente e socialmente proprio loro. Stavo dedicando alle loro enormi problematiche e contraddizioni, istintivamente tanti versi e poesie: perché?
Perché sono padre da qualche anno e da qualche anno ho paura.
Paura del mondo che lascerò a mio figlio, paura di non saper trasmettere e sottolineo trasmettere esempi e valori che possano metterlo in condizione di vincere una guerra in atto a sua insaputa: paura come Sir William vide morire sui figlio, di veder morire il mio nell’anima, di fronte alla mediocrità dell’arte e della bellezza, di una società che rifiuta responsabilità e non si definisce, poiché non abbiamo permesso ai nostri figli di fallire, fallendo al fine di evolversi dagli errori commessi.
Ma una società che non si definisce e non sceglie come un bambino sceglie continuamente sbagliando, è destinata a morire presto:
Morte del figlio la mia peste.
Farti fallire al calpestio virale.
di foglie morte di vanità in foreste. Sfiorite. Di cancrena. Digitale.
Ecco il loro regime status quo:
equi senza legge e nessun perciò.
Quanto è sì, facile piangere
di rabbia dopo. Mentre al prima si fa sordo ascoltarsi e giungere ad un accordo in fiducia di stima.
Metti la mano sul fuoco e conoscerai nel dolore il dono del fuoco.
Scottati per emanciparti e proseguire, evolvere, nell’errore per non commetterne altri, il viaggio dei padri. Custodisci l’arte del fuoco segnata dall’ustione.
Diffondila in eredità agli altri e ai tuoi figli evitando tali dolori, ma non nascondendo l’orgoglio delle ferite e scottature. Tutto nel pieno conflitto, ma con uno scambio una trasmissione di fiducia, senza l’accusa del nuovo (spesso mediocre), che deve necessariamente uccidere il vecchio e sostituirlo al comando:
la peste telematica, le differenze di genere, la violenza in sparatorie nelle strade per un piede pestato, il femminicidio adolescenziale in lapidazione, la coscienza del fallimento, la depressione precoce, il suicidio… il fallimento dei genitori mai in ascolto, il conflitto generazionale.
Tutti questi argomenti facevano parte di una storia e di un archetipo.
Tutti questi fatti erano già accaduti e già raccontati in tante epoche già prima di Shakespeare.
Stagione 2025-2026 | Piccolo Bellini
23 settembre > 28 settembre INCONTRO
uno spettacolo di Collettivo lunAzione
progetto e regia Eduardo Di Pietro
con Federica Carruba Toscano e Lorenzo Izzo
produzione Collettivo lunAzione
Un incontro scolastico. Quella donna che si presenta alla platea degli studenti è sopravvissuta a un disastro, la morte violenta ed accidentale di un fratello innocente. Guardatela. Anche quello studente che si solleva rabbioso, in cerca di attenzione e di senso, è sopravvissuto a un disastro familiare. Nonostante forse il fratello defunto non fosse innocente, guardatelo. Due individui, questi sopravvissuti, che costituiscono la più elementare forma di società, modelli d’umanità estratti dal quotidiano e calati in una situazione estrema. Le loro posizioni sono simmetriche: divorati da un vuoto, entrambi cercano di muoversi tra le macerie del Sud e le rovine delle rispettive esistenze. Il loro incontro incide la nostra vita comunitaria, creando una ferita che ne lascia intravedere le interiora. Guardatele.
30 settembre > 5 ottobre LA VACCA
di Elvira Buonocore
regia Gennaro Maresca
con Vito Amato, Anna De Stefano, Gennaro Maresca
Produzione B.E.A.T. teatro
Estate torrida in un’imprecisata periferia napoletana. Una terra apatica e schifa, annientata da una volontà di potenza e sviluppo industriale che non conosce legami né bisogni. Qui due fratelli giovanissimi, Donata e Mimmo, vivono un’esistenza piccola e quasi incosciente, ignota agli adulti. Schiacciati dall’indifferenza su un eterno grigiore, i corpi sembrano spenti. Non arde una passione. Eppure qualcosa accade. Donata rompe il quadro grigio della propria adolescenza semplicemente guardandosi. L’inadeguatezza delle sue forme piccole, di quel seno mai sbocciato e tanto voluto, pongono al centro della scena qualcosa che prima era assente: il desiderio. Fonte inestimabile di eventi è il desiderio, che esplode con l’arrivo di Elia, un uomo misterioso, per il quale Donata cova una passione crescente. Luminosa.
Così innescata, la meccanica del desiderio non si può più fermare. Le aspettative dei personaggi, adesso visibili, viaggeranno da sole, mescolandosi tra loro e intimandosi le une con le altre di fare ciò che vogliono. Con delicatezza, con prepotenza.
Una favola neorealista. Una storia in cui, per eccesso di realtà, la fiaba esplode
inevitabile. Costruita su una serie di tentativi, La vacca racconta il desiderio e la sua fragile, radicale esistenza fuori dalle logiche del benessere e del potere. Una storia d’amore e di animali i cui corpi, stando al mondo, sono pronti al saccheggio.
dance&performance
11 ottobre > 12 ottobre STELLA
coreografie e regia Luciano Padovani
in scena Luciano Padovani, Roberta Piazza e Andrea Rizzo
una produzione Compagnia Naturalis Labor
Il “comunicato numero uno” delle BR viene fatto trovare a Roma ad un giornalista del “Messaggero” avvertito telefonicamente. È all’incirca mezzogiorno di sabato 18 marzo, due giorni dopo il sequestro di Moro. In una busta arancione di formato commerciale, abbandonata sulla parte superiore di un apparecchio per fotografie formato tessera che si trova in un sottopassaggio di largo Argentina, ci sono cinque copie del comunicato e una foto Polaroid che ritrae Moro, in maniche di camicia, seduto sotto una bandiera con la stella a cinque punte e la scritta “Brigate Rosse”. ‘Questo è quanto ci racconta il coreografo Padovani nel suo nuovo Stella. Uno spettacolo che segna un importante momento nella ricerca artistica di Padovani, uno spettacolo dove la maturità del creatore, le approfondite ricerche sull’argomento, il vissuto del coreografo (allora studente universitario in pieno periodo di lotte e di terrorismo) sono presenti, forti, diventano materia plasmata attraverso i corpi e la voce dei due magistrali interpreti, Roberta Piazza e Andrea Rizzo. Con loro entriamo in un covo di brigatisti, quel covo…una scena di interno abitata e mossa da emozioni intense e momenti di grande umanità e poesia, un’atmosfera calda fatta di illusioni e proiezioni, suggerite con grande maestria dalla costumista Lucia Lapolla’.
Elisabetta Calvi
14 ottobre > 19 ottobre SPIRITILLI E ALTRI MOVIMENTI
di Enzo Moscato
regia Costantino Raimondi
con Annalisa Arbolino, Liliana Castiello, Carlo Geltrude, Michele Ferrantino
e Fiorenza Raimondi
produzione Teenspark di Antonio Nardelli
Spiritilli di Enzo Moscato con Little Peach e Cartesiana formano il trittico
Ritornanti,titolo mutuato da Anna Maria Ortese.
Con la messa in scena di Spiritilli, testo del 1982, di Guerra di religione del 1989 e di
Trompe l’oeil del 2004, accorpati sotto il titolo di “Spiritilli e altri movimenti”, torno
alla drammaturgia di Enzo Moscato dopo aver messo in scena nel 2004-06 Aquarium Ardent, realizzato in versione francese a La Imprimerie a Parigi e a La Guillotine a Montreuil.
Il racconto è un momento di affabulazione, è ritornare bambini rimanendo incantati in una storia magica: la fascinazione della favola classica, trasmessa attraverso l’eco di credenze popolari, la casa come luogo metafisico abitato da presenze buone,bonarie o malefiche. La favola narra di vicende tragiche,a tratti comiche,di Nannina,Totore e Tittinella,giovane famiglia alla ricerca di una casa. Gli altri “movimenti”sono due racconti: Trompe l’oeil e Guerra di religione, anch’essi ricchi di atmosfere oniriche tra sacro e profano.
Enzo Moscato è un visionario e viaggiatore instancabile dell’animo-mito,dell’animo- tempesta.Incarna da solo la definizione del poeta in movimento continuo senza mezze misure,la cui opera trasmette il senso fisico del piacere attraverso la potenza figurativa delle immagini e la straordinaria musicalità della lingua. Per le regie dei testi di Enzo, ho utilizzato il mio linguaggio che dal corpo,attraverso il gesto, esprime il pensiero e le emozioni un immaginario collettivo con movimenti obliqui,soffi e sudori. Gli spettacoli si intrecciano e agiscono in azioni del volere o non, partire o restare, entre rêve et réalité.
Costantino Raimondi
21 ottobre > 26 ottobre
5 novembre > 16 novembre
I POETI SELVAGGI DI ROBERTO BOLAÑO
Indagine su cittadini poco raccomandabili
UNA CONFERENZA SPETTACOLO IN TRE CAPITOLI
testo, drammaturgia, traduzioni e voce narrante Igor Esposito
regia Daniele Russo e Igor Esposito
voce dei poeti Daniele Russo
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
“Un poeta può sopportare di tutto. Il che equivale a dire che un uomo può sopportare di tutto. Ma non è vero: sono poche le cose che un uomo può sopportare. Sopportare davvero. Un poeta, invece, può sopportare proprio di tutto. In questa convinzione siamo cresciuti. Il primo enunciato è vero, ma conduce alla rovina, alla follia, alla morte”. Basterebbe questo incipit, tratto da uno dei racconti di “Chiamate telefoniche”, a dimostrare la passione che nutriva Roberto Bolaño per i poeti e la poesia. Una passione, un’attenzione e una cura che lo scrittore cileno, ogni volta che ha potuto, ha sempre ribadito esplicitamente. Difatti l’incipit del racconto dal titolo “Enrique Martín” è solo uno dei numerosi indizi che lo scrittore ha disseminato nella sua opera in prosa, dove c’è quasi sempre una porta o una finestra dalla quale si affaccia un poeta o arriva l’eco di alcuni memorabili versi. Questo aspetto emerge anche dalle numerose interviste o dai saggi e discorsi raccolti nel volume “Tra parentesi”. Fino a giungere ad uno dei suoi capolavori: “I detective selvaggi”, dove i due protagonisti, Arturo Belano e Ulises Lima, non sono altro che l’alter ego dello scrittore cileno e del poeta messicano Mario Santiago, fondatori insieme a Bruno Montané, negli anni ’70, a Città del Messico, del movimento poetico denominato l’Infrarealismo. Ma quasi tutti i poeti amati da Bolaño sono ancora inediti in Italia. Ecco allora che la conferenza-spettacolo dal
titolo: “I poeti selvaggi di Roberto Bolaño” prova a costruire un viaggio nella foresta dove svettano, come alberi o fiori imprescindibili, i poeti amati dallo scrittore cileno. Poeti e poesie sulle quali si è plasmata l’estetica e il gusto del grande scrittore cileno. La conferenza-spettacolo si dipanerà in tre capitoli che prenderanno corpo in tre serate, formando un unico flusso narrativo, ma ogni capitolo potrà anche essere ascoltato separatamente. La messa in scena avrà due voci: quella narrante incarnata da Igor Esposito, quella dei poeti incarnata da Daniele Russo e le musiche di Massimo Cordovani.”
Igor Esposito
dance&performance
1 novembre > 2 novembre IL CANTO DELLE MANI
liberamente ispirato a La Gatta Cenerentola
coreografia Gabriella Stazio
musiche originali Luigi Stazio
musiche E’ Zezi Gruppo Operaio di Pomigliano d’Arco e della tradizione campana
produzione Movimento Danza, Ministero della Cultura, Regione Campania
I gesti, i suoni, i simboli rimbalzano e riecheggiano trasportati dal mare. Nasce così Il canto delle mani su musiche della tradizione popolare campana alternate a musiche originali: uno spettacolo in cui contaminazioni e sovrapposizioni convivono nel medesimo spazio/tempo. Il ritmo della danza si gioca in un susseguirsi di immagini che si compongono e si scompongono dando vita a uno spettacolo in cui la forza evocativa della simbologia arcaica e rituale è “tradotta” in un linguaggio coreografico contemporaneo.
18 novembre > 30 novembre TOTALE
drammaturgia e regia Pier Lorenzo Pisano
con Gioia Salvatori, Andrea Cosentino
produzione Cranpi, Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
con il contributo di MiC – Ministero della Cultura
Totale è la storia di un amore finito. Una lunga lettera d’addio srotolata da lei e da lui, fatta di oggetti, ricordi, strappi e macchie di caffè. Una coppia ridiscute tutto quello che è stato, nella loro storia, nelle loro identità e nel mondo intorno, passando per il mesozoico, per i primi denti da latte, fino al momento della rottura. Due voci ironiche e malinconiche decostruiscono le loro vite e la loro relazione attraverso le cianfrusaglie che le hanno circondate, nel tentativo impossibile di scomporre e dare un valore ad ogni momento insieme, e dare un senso alla fine.
«Le parole che si dicono su un palco creano la realtà, il passato e il futuro. Due voci
impastano le loro parole per creare un mucchio di ricordi, nel tentativo di farli impigliare e sommare in un unico, nuovo, totale. Due linguaggi si uniranno per creare una storia d’amore che nasce e finisce, tra risate, dolori, cianfrusaglie».
Pier Lorenzo Pisano
4 dicembre > 21 dicembre NEANCHE PARENTI
creazione e drammaturgia Gabriele Russo e Arianna D’Angiò
con la Compagnia Bellini Teatro Factory
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
Uno spettacolo collettivo nato in prova, che indaga la famiglia come luogo di legami, conflitti e identità. Un processo aperto, senza copione, che attraversa memorie e ruoli. Non una destinazione, ma un inizio.
13 gennaio > 18 gennaio U PARRINU
La mia storia con Padre Pino Puglisi ucciso dalla mafia
di e con Christian Di Domenico
regia Christian Di Domenico
Mi capita spesso di rimanere stupito quando mi dicono che i grandi, e intendo i grandi uomini, andavano in un posto da mortali come il mare, da corpi di peccatori buttati al sole. D’estate magari, in Sicilia,dentro quel caldo d’inferno. È che uno non se l’immagina proprio. Ma il futuro parrinu di Brancaccio, a Palermo, assassinato dalla mafia nel settembre novantatré davanti casa con un colpo di pistola alla nuca, al mare ci andava eccome. Perché era nu parrinu strano. Anticonformista. Che metteva i calzoni. E ci andava con i ragazzini delle periferie perché, almeno una volta, giocassero lontano dalle strade.
Ecco, la storia di Christian inizia proprio al mare, su una scogliera, precisamente. La mia storia con Padre Pino Puglisi ucciso dalla mafia; una storia semplice, narrazione di un attore solo con na pocu di musica. Nu ricordu sfumato, che si snoda tra fatti di cronaca, politica e lotta sin da quella prima giornata di mare coi bambini du parrinu strano coi calzoni.
Lì Christian fa esperienza dell’onore dei mafiosi, obbligati sin da bambini a non chiedere mai scusa a nessuno. Ma il ragazzo impara anche l’onore del perdono, che Pino porterà a san Gaetano di Brancaccio, quartiere con la più alta concentrazione mafiosa dell’intera Sicilia, e che manterrà sempre fino a quel giorno di metà settembre novantatré.
Qualche anno dopo Christian ritorna su quella scogliera. E inizia da lì, dal suo ricordo, a raccontarci di Pino, dell’amico di famiglia, dell’uomo di chiesa, del maestro di scuola. Che aveva imparato a perdonare, in punto di morte, la violenza di chi ne era incapace e già gli puntava la pistola alla nuca. Ed era sicuro che il perdono, con l’esempio e il racconto, potesse essere insegnato.
“Ho incontrato molta gente di Chiesa… e tutti mi hanno detto: non ti preoccupare
che Dio ti perdona… Io, su questo, ho spesso dubitato che possa perdonare uno come me, di quello che ho fatto io… soprattutto adesso che forse ho ammazzato un santo… figuriamoci… quante possibilità di perdono posso avere io?” (Salvatore Grigoli, assassino di Padre Pino Puglisi)
dance&performance
24 gennaio > 25 gennaio TO MY SKIN
coreografia Antonio Ruz e Mauro de Candia
danzatori Manuela Facelgi, Nicolas Grimaldi Capitello, Leopoldo Guadagno,
Marta Ledeman, Francesco Russo, Antonio Tello
produzione Cornelia
In ogni parte del mondo le popolazioni stanno provando sulla propria pelle i vari modi in cui il cambiamento climatico può provocare disastri sul nostro pianeta.
Attraverso il corpo la compagnia Cornelia vuole interpretare gli effetti estremi del calore e del gelo pensando alle grandi estinzioni di massa. L’obiettivo è di riflettere scuotendo l’animo delle persone che non danno il giusto valore alla tematica, attraverso immaginari apocalittici che fanno parte di periodi storici dilatati e lontani, ma che potrebbero ripetersi. Dipende tutto da noi.
To my skin è un dittico di danza contemporanea che propone due interpretazioni distinte ma complementari dello stesso tema centrale, attraverso le coreografie originali di Antonio Ruz e Mauro de Candia.
29 gennaio > 15 febbraio
ASFALTO
Poema fisico e musicale per 7 attori
regia e coreografia di Michela Lucenti / Balletto Civile
con la Compagnia Bellini Teatro Factory
produzione Fondazione Teatro di Napoli – Teatro Bellini
“A partire dalle biografie dei ragazzi coinvolti, Balletto Civile vuole creare uno spettacolo di drammaturgia fisica proponendo un processo artistico in cui la parola è profondamente connessa al corpo.
Si può fare poesia del proprio vissuto, di quello che ci abita? Le vite, raccontate, vengono riscritte in una forma di spoken- word mescolando ritmo e metrica per dare vita a veri e propri monologhi fisici e vocali che attraverso un filo rosso si collegano dando voce a uno spaccato generazionale. In un contemporaneo apparentemente privo di senso proponiamo un viaggio emotivo e potente nei temi dell’appartenenza, dell’identità, del dubbio. In uno spazio vuoto alla luce di alcune lampadine appese prende vita un poema fisico che parte dal singolo per diventare comunitario. Un flusso di pensiero in cui gli interpreti si passano il testimone fino ad accordarsi in
una falange vitale che crea, nel vuoto, con i corpi il proprio rito. Un lavoro di gruppo sulla potenza dell’agire e del reagire, per dare voce in modo irruento costruendo insieme un pensiero sull’urgenza di condividere, creare, rispondere.”
Michela Lucenti
dance&performance
19 febbraio > 22 febbraio AU REVOIR MIROIR
L’eterno viaggio alla ricerca della felicità
un’opera di danza per sette danzatori, cinque attori e cinque specchi coreografie Paolo Mohovich
drammaturgia e testo Cosimo Morleo
musiche originali eseguite anche dal vivo Max Fuschetto
danzatori / EkoDance Project Francesca Raballo, Gaia Triacca, Andrea Carozzi,
Miu Sasaki, Leonardo Urgese, Chiara Colombo, Jennifer Mauri
attori / Teatro dell’Altro Andrea Car, Davide Bombardelli, Marco Greco, Sara Mozzi Zangari, Davide Sardella
produzione Teatro dell’Altro
Au revoir miroir è il solitario percorso di ricerca di sé, del proprio posto nel mondo e della felicità. Il titolo richiama l’atto simbolico del congedarsi dal proprio riflesso: uno specchio che diventa metafora di confronto con il proprio passato, le aspettative e le paure che accompagnano ogni esistenza. Tre diverse declinazioni dell’amore accompagnano il cammino della protagonista: il primo amore, l’amore da attraversare e l’amore incondizionato. Paolo Mohovich ha sapientemente intrecciato il linguaggio della prosa con quello della danza, creando una straordinaria fusione artistica.
24 febbraio > 1 marzo IL SEN(N)O
di Monica Dolan
titolo originale The B*easts
dramaturg e traduzione Monica Capuani adattamento e regia Serena Sinigaglia con Lucia Mascino
produzione Teatro Carcano
Alla fine tutto si riduce a una sola domanda: pensiamo che il seno sia una cosa oscena oppure che sia quello che è e basta?
Una psicoterapeuta si trova a dover valutare un gesto mai compiuto prima. Una madre ha preso una decisione sul corpo di sua figlia e questa decisione scatena intorno a lei una serie di conseguenze e di reazioni sempre più fuori controllo.
Un monologo volutamente sfidante, Il Sen(n)o ci conduce nell’esplorazione di un tema terribilmente attuale: come l’esposizione precoce alla sessualizzazione e alla pornografia nell’era di internet abbiano inciso profondamente sulla nostra cultura. Scritto da Monica Dolan e tradotto da Monica Capuani, dopo un enorme successo in Inghilterra Il Sen(n)o debutta per la prima volta in Italia interpretato da Lucia Mascino con la regia di Serena Sinigaglia.
3 marzo > 15 marzo L’ULTIMA CORSA DI FRED
tre febbraio millenovecentosessanta
di Mario Gelardi e Giuseppe Miale di Mauro
regia Peppe Miale
con Massimo De Matteo
e con Floriano Bocchino (pianoforte), Ciro Riccardi (tromba), Claudio Marino
(batteria)
produzione Ente Teatro Cronaca
3 febbraio 1960, una Ford Thunderbird sfreccia per le strade di Roma alle sei e venti del mattino.
La folle corsa di quell’auto verrà fermata da un camion con cui si scontrerà.
Non occorre molto perché gli inconsapevoli spettatori di quella scena si rendano conto che, alla guida di quell’auto, c’è Fred Buscaglione.
Una vita ed un successo lampo, finita con altrettanta immediatezza, una vita tra il fumo dei locali italiani ed europei a interpretare il ruolo del taciturno e imprevedibile cantante da night, un ruolo che forse non gli apparteneva tanto.
Una storia raccontata da un testimone casuale, di quella vita breve, appena quarant’anni, un fan qualunque come ce ne sono ancora oggi.
È il sogno del fan. Che non immagina ad occhi aperti ma agisce, fa, ripete fisicamente replica il mito. E nel mito specchia il proprio vissuto, rendendolo per quanto possibile parallelo alle vicissitudini dell’Altro. Altro che il Fan scruta, spia, insegue, ma non raggiunge mai. Anche perché l’Altro, infine, schizza via e la scelta da fare, stavolta, è diversa.
Peppe Miale
17 marzo > 22 marzo
VAUTOURS (AVVOLTOI)
di Roberto Serpi
interpretato e diretto da Sergio Romano, Roberto Serpi, Ivan Zerbinati
produzione Fondazione Teatro Due
In un indefinito ambiente sotterraneo vivono tre uomini che hanno perso l’unica
cosa che conta davvero: il loro lavoro. Avere un’occupazione stabile è il solo modo di esistere e di non essere soli al mondo, ma ora è tutto perduto. I tentativi per rientrare in Azienda si succedono in un crescendo goffo ma inarrestabile che mette a nudo la loro vera anima fino a quel momento assopita dalla routine. Uno spaccato cinico di un’umanità anestetizzata moralmente ed eticamente che non si ferma davanti a nulla per raggiungere lo scopo, e che non piange e non ride più, da un bel po’ di tempo. Un avvoltoio appollaiato che aspetta la sua carogna.
Per gli attori Vautours (Avvoltoi) è un vero gioco dai ritmi serrati, che segue le orme della struttura del giallo e oscilla fra la tensione di un continuo sentimento di sospensione e le paradossali conseguenze a catena innescate da una irresistibile dinamica testuale.
Un lavoro di messa in scena corale che, in un ambiente nudo e privo di appigli scenografici o sonori, fa risuonare con maggiore potenza la delicata intensità del lavoro degli attori, impegnati in un’indagine sulla ricerca del proprio posto nel mondo, forse addirittura sul senso della vita.
24 marzo > 29 marzo
CHI RESTA
uno spettacolo di Matilde Vigna e Anna Zanetti
testo Matilde Vigna
regia Anna Zanetti
con Daniela Piperno, Matilde Vigna
produzione Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale, La Corte Ospitale
Una figlia perde l’ultimo genitore, la madre, e rimane sola a doversi occupare di ricostruire una vita propria a partire dai cocci della vita di prima. I ricordi arrivano all’improvviso, inattesi, dolorosi, e si fanno concreti, perché la madre compare, come per magia, ad aiutare la figlia ad uscire da queste tenebre apparentemente senza fine. Perché i nostri morti sono sempre con noi, appena al di là del nostro sguardo. Il progetto registico di Matilde Vigna e Anna Zanetti sviluppa le immagini racchiuse nel testo attraverso un lavoro sulla relazione tra due attrici, nella cornice di un paesaggio interstellare fatto di video, luci e sonorizzazioni. Questo spettacolo parla delle responsabilità che sommergono, della grottesca burocrazia post-mortem, di un dolore che divora tutto e che riporta all’infanzia. La madre però è ancora lì e ci accompagna in un fantastico viaggio oltre la gravità terrestre fino ai buchi neri: un viaggio cosmico, scientifico, narrativo e visivo.
dance&performance 11 aprile > 12 aprile NOĒSIS
coreografia Vincenzo Capasso
regia e drammaturgia Vincenzo Capasso e Martina Fuccillo
produzione Corporea-mente
La siepe del divieto, e dietro, le infinite possibilità della libertà. La libertà di fare, la libertà di scegliere e di rompere in fine i lacci del potere. Cinque danzatori esplorano il dubbio, si interrogano sul significato della parola equilibrio, ricercano il fondamento della condizione umana. E portano in scena il divenire verso l’ignoto.
14 aprile > 19 aprile WEEK-END
di Annibale Ruccello
regia Martino D’Amico
con Sabrina Scuccimarra, e cast in via di definizione
produzione Compagnia Lombardi-Tiezzi
Il fine settimana di una professoressa di lingue, di origini meridionali, trapiantata a Roma: Ida. Una zitella acida e zoppa, sola, nella cui giornata, fatta di piccoli e grotteschi riti quotidiani, s’insinua qualcosa di torvo….
La donna seduce Narciso, un idraulico più giovane di lei, e sembra avere macabri istinti sessuali anche su Marco, un adolescente a cui è solita dare ripetizioni pomeridiane. La casa, unico ambiente della pièce, sembra rispecchiare i suoi frammenti identitari, assumendo così un aspetto triste, sinistro, macabro ed inquietante; in realtà, l’autore si diverte con lo spettatore, e sembra volerne sfidare l’indole voyeuristica e la tendenza a giudicare.
Ruccello, infatti, definisce questo testo un esperimento sullo spettatore.
Le scene, una dopo l’altra, svelano un diverso aspetto dei personaggi, offrendo loro un’altra possibilità, un’umanità toccante e profonda, che disorienta via via qualunque affrettata valutazione. La solitudine di Ida acquista man mano una struggente vitalità. Il finale, del tutto inaspettato, è uno spiazzamento totale.
Le musiche vanno da Mozart ai Ricchi e Poveri; il parlato, dal dialetto stretto all’italiano … come a voler attestare e difendere, attraverso forme tanto differenti fra loro, la libertà e la possibilità di vivere in modo diverso, al di là di ogni consuetudine e tradizione.
Martino D’Amico
21 aprile > 26 aprile FAVOLA
testo di Fabrizio Sinisi
regia, scena, costumi Giorgia Cerruti
in scena e in video Giorgia Cerruti e Davide Giglio
con la partecipazione video di Elvis Flanella e di Ulla Alasjarvi
Uno spettacolo di Piccola Compagnia della Magnolia, realizzato in coproduzione con TPE/Teatro Piemonte Europa, CTB/Centro Teatrale Bresciano, Teatro della Città/Catania, Gli Scarti/La Spezia
Una donna e un uomo, due genitori, sono chiusi in una stanza. Per una ragione oscura che viene nominata solo alla fine, non possono uscirne. In questo spazio
claustrofobico, dominato da un grande muro-schermo, la donna inscena tre visioni. In ogni episodio lei “G.” e il marito “D.” sono protagonisti di una violenza, una sopraffazione dell’uomo sulla donna, del potente sull’inerme. Sul palco – luogo del reale – i protagonisti G. e D. ripercorrono le favole del proprio dolore, ogni giorno, nell’arco temporale che sta tra il sonno e il risveglio. Il ponte di accesso a questa via oscura è un grande schermo che genera visioni: è il cranio di G., il luogo del rimosso, della trasformazione, o il setaccio della memoria di sequenze perdute. FAVOLA attraversa i territori della realtà e del sogno, creando un’osmosi tra i linguaggi specifici del palcoscenico e della video-art. Ogni episodio è un punto di snodo della modernità occidentale, un momento chiave per capire la contraddittoria identità del presente. La “piccola” storia personale dei protagonisti è una cornice scatenante che allaccia un’opera in cinque atti (un prologo, tre sogni, un epilogo) dove il braccio maestro è un teatro politico poeticamente incastonato nella tragedia dei perdenti, di coloro che – nella grande Storia – scompaiono affinché sorga una nuova civiltà, in una parata inarrestabile di diseguaglianze. Fabrizio Sinisi, enfant prodige della drammaturgia nazionale, premiato col Premio Nazionale dei Critici di Teatro, scrive appositamente per Davide Giglio e Giorgia Cerruti – anime fondatrici della Piccola Compagnia della Magnolia – un testo abissale e visionario, poetico e politico, un gran teatro del mondo severamente affacciato su un barocco postmoderno e fiammeggiante. La creazione di Piccola Compagnia della Magnolia, ispirata al Calderón di Pasolini, è idealmente dedicata al poeta friulano.
5 maggio > 10 maggio
LA SEMPLICITÀ INGANNATA
di e con Marta Cuscunà
co-produzione Centrale Fies, Operaestate Festival Veneto
La Semplicità ingannata riporta alla luce la voce di un gruppo di giovani donne che, nel Cinquecento, lottarono contro le convenzioni sociali, rivendicando libertà di pensiero e di critica nei confronti della cultura maschile.
La Semplicità ingannata parla del destino collettivo di generazioni di donne e della possibilità di farsi “coro” per cambiarlo.
Nel Cinquecento avere una figlia femmina equivaleva ad una perdita economica: agli occhi dei padri era una parte del patrimonio economico della famiglia che andava in fumo al momento del matrimonio. Una figlia bella e sana era economicamente vantaggiosa perché poteva essere sposata con una dote modesta. Una figlia brutta o con qualche difetto fisico necessitava invece di una dote più salata. Per questo i padri di famiglia escogitarono una soluzione alternativa per sistemare le figlie in sovrannumero: la monacazione forzata.
Arcangela Tarabotti e le Clarisse del Santa Chiara di Udine attuarono una forma di resistenza all’utilizzo delle vocazioni religiose a fini economici davvero unica nel suo genere. Queste donne trasformarono il convento in uno spazio di contestazione, di libertà di pensiero, di dissacrazione dei dogmi religiosi e della cultura maschile con un fervore culturale impensabile per l’universo femminile
dell’epoca. L’Inquisizione cercò con forza di ristabilire un ferreo controllo sulle Clarisse di Udine, ma le monache riuscirono a resistere per anni facendosi beffe del potere maschile e creando una sorprendente micro-società tutta al femminile, in un tempo in cui le donne erano escluse da ogni aspetto politico ed economico della vita. La semplicità ingannata non è un documentario ma un progetto artistico dove il teatro è anche la possibilità di considerare il dato storico come un punto di partenza per un racconto che abbia come soggetto la società contemporanea. Questo approccio implica l’elaborazione di una storia non da una prospettiva documentaristica ma attraverso una visione artistica e posizionata, disposta anche a varcare i confini del conosciuto, del filologico e del politicamente corretto. dance&performance
16 maggio > 17 maggio THE FRIDAS
coreografia Sofia Nappi
in collaborazione con i danzatori Paolo Piancastelli, Adriano Popolo Rubbio
produzione Komoco
The Fridas è un duetto ispirato al dipinto Le due Frida di Frida Kahlo, ed esplora il complesso tema dell’identità umana attraverso un rapporto di complicità e contrasto tra due danzatori. Movimenti speculari e divergenti incarnano conflitti e armonie interiori, così come l’espressività fisica e l’uso dello spazio (nel linguaggio Komoco considerato elemento vivo capace di unire e dividere), rappresentano due elementi complementari ed essenziali nella ricerca. Il rapporto tra i due personaggi in scena va però oltre il semplice dualismo. Attraverso gesti che rivelano intimità e vulnerabilità, sfidando le convenzioni sulla mascolinità, i danzatori attraversano stati emotivi e diventano veicolo espressivo delle migliaia di sfaccettature contenute in ogni singolo individuo. Il dipinto “esplode”, e il duetto riflette così l’ambiguità e le molteplici personalità che contraddistinguono anche Kahlo nella sua stessa persona: “Dentro di me si nascondono più identità, sono un mélange. Un mix tra una messicana e un’indigena, ma anche una messicana e un’europea. Sono una pittrice e una moglie. Amo le donne e gli uomini […]. Nel mio quadro voglio rappresentare proprio questo: tutta la mia ambiguità, no, non l’ambiguità, le mie tante personalità, la mia complessità”. (Da “L’amante segreto di Frida Kahlo” di Caroline Bernard). Pensato sia per spazi teatrali che non convenzionali e museali, The Fridas si presta a essere osservato da diverse prospettive, aggiungendo così sfumature alla ricerca sull’essenza umana e celebrandone la complessità. Il finale invita però a un’accettazione ironica del caos della vita: attraverso movimenti parodistici i danzatori trovano nell’umorismo il balsamo per continuare ad affrontare le sfide dell’esistenza.
19 maggio > 24 maggio METAFORICAMENTE SCHIROS
di Beatrice Schiros e Gabriele Scotti
con Beatrice Schiros
coproduzione ATIR – Teatro Carcano
con il sostegno di NEXT ed. 2024/2025 Progetto di Regione Lombardia e Fondazione Cariplo
Un rito psicomagico di ritorno al teatro che diventa un racconto di vita appassionante, esilarante, commovente.
Non vorrebbe, Beatrice, essere lì sul palco. Eppure qualcosa accade. Un primo ricordo, un aneddoto, una risata, e il racconto di un’intera esistenza prende forma, passo dopo passo, senza soluzione di continuità, attraverso un ventaglio di episodi, personaggi, pensieri che toccano tutti i temi dell’umano.
Un monologo fuori dai denti e sfacciato, delicato e amaro, nel mezzo del cammin di nostra vita, in cui Beatrice fa il punto su di sé e sulla propria esistenza.
Un racconto personalissimo eppure universale, dove ciascuno può trovare pezzi di sé, tra risate e lacrime, perché tutti ci siamo imbarcati in relazioni improbabili, abbiamo perso qualcuno di importante, siamo caduti più e più volte per poi doverci rialzare, siamo figli e viviamo il grande mistero: i genitori, cui tanto dobbiamo, nel bene come nel male.
Uno spettacolo dalla forma essenziale e denso di vita, in grado di portarci al cuore del teatro creando un fortissimo legame empatico tra attore e pubblico grazie alla sua grande interprete, Beatrice Schiros, qui per la prima volta anche autrice insieme al compagno di viaggio Gabriele Scotti.
28 maggio > 31 maggio
TUTTO SHAKESPEARE MINUTO PER MINUTO
di Andrea Cioffi
liberamente ispirato a “The complete works of William Shakespeare” di Adam Long, Daniel Singer e Jess Winfield
regia Andrea Cioffi
con Mario Cangiano, Andrea Cioffi, Sara Guardascione, Davide Mazzella,
Simone Mazzella
produzione ARCHÈ, Cercamond
Cinque attori sono in scena con un’unica, bislacca missione: rappresentare tutto il repertorio di William Shakespeare in meno di un’ora e mezza.
Unico ostacolo a questa impresa, loro stessi: i loro egocentrismi, l’approccio diverso al teatro per ciascuno di loro, l’ignoranza e la presunzione mineranno, minuto dopo minuto, la riuscita di questo esperimento.
O no?
Tra citazioni semi-colte, gag improbabili e dialoghi surreali, la compagnia di scalmanati attori darà vita ad un vero e proprio gioco con il pubblico in quello che è, a tutti gli effetti, un atto di amore verso William Shakespeare.














