RECENSIONE – C’è un’aria sospesa, quasi densa, nel salotto che accoglie il pubblico del Teatro Diana. Un appartamento che profuma di brandy economico, tabacco e sogni ammaccati. “Jucatùre” (Giocatori), il pluripremiato testo di Pau Miró adattato e diretto da un magistrale Enrico Ianniello, non è semplicemente uno spettacolo: è un’autopsia poetica della sconfitta condotta con una lucidità disarmante.
In scena quattro uomini, quattro “invisibili” che la società ha smesso di guardare ma che, tra quelle mura, brillano di una luce disperata e bellissima. C’è il professore di matematica schiacciato dal ricordo di un padre ingombrante, il barbiere che finge di avere ancora un negozio, l’attore che dimentica le battute ma “ruba” con destrezza al supermercato, e il becchino che cerca conforto nelle storie di una prostituta.
Sulla carta dovrebbero giocare, ma la partita — quella vera — sembra non iniziare mai. Il tavolo da gioco diventa invece il pretesto per una confessione collettiva, dove le parole sostituiscono le fiches e l’amicizia resta l’unica posta in palio capace di dare ancora un senso all’esistenza.
Questi “ultimi” sono mossi da un bisogno viscerale di adrenalina, quella scossa elettrica capace di farli sentire ancora vivi. È questo brivido che li spinge a imbarcarsi in imprese insensate, progetti ai limiti del grottesco che nascono dalla noia e dalla solitudine. Eppure, accade qualcosa di magico: la loro completa incapacità, mischiata a una voglia quasi infantile di riuscirci, trasforma questi fallimenti annunciati in vittorie inaspettate. Non sono trionfi reali, ma riscatti dell’anima che brillano nel buio del loro quotidiano.
Da giovane spettatore, è impossibile non sentirsi chiamati in causa. In un’epoca che ci impone di essere costantemente performanti e vincenti, i “Jucatùre” ci ricordano che il fallimento è un’esperienza profondamente umana e che la vera resistenza sta nel saper ridere delle proprie macerie.
La regia di Ianniello “napoletanizza” il testo catalano con una sensibilità rara, trasformando l’amarezza in una comicità malinconica che non lascia scampo. Il cast è un quartetto d’archi perfetto: Antonio Milo, Adriano Falivene, Marcello Romolo e Giovanni Allocca recitano con i polmoni e con gli occhi, restituendo una dignità immensa a personaggi che la vita ha relegato a semplici comparse.
Non cercate lo scontro frontale; qui lo scandalo è silenzioso. È lo scandalo di chi decide di restare umano in un tempo che sembra aver smarrito la ricetta per esserlo. È uno spettacolo che ti morde il cuore lentamente e ti lascia con un interrogativo che brucia: se la vita è davvero una “mano a carte”, siamo sicuri di essere seduti al tavolo giusto?















