SCETATE PARTENOPE: La Nuova Comune e il Teatro Civile che risveglia Napoli

NAPOLI – Si è conclusa da poco la prima parte del progetto “EDU PRO L’eco del tempo” a cura della compagnia teatrale “La Nuova Comune”, finanziato dal Ministero della Giustizia e dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria e patrocinato dal comune di Napoli. Il progetto si poneva come obiettivo la possibilità di “creare un ponte” tra il dentro e il fuori, le mura della Casa circondariale di Secondigliano (dove La Nuova Comune tiene laboratori di teatro sociale da 2 anni).

Il tutto articolato in “E la Nave non va” (spettacolo tenuto all’interno del carcere, aperto al pubblico esterno e con in scena allievi attori detenuti del reparto sicurezza S4 e attori professionisti); “Convegni esterni sul teatro sociale come strumento di informazione, prevenzione e formazione” e con la performance di teatro civile “Scetate Partenope” portato in scena dalle attrici e dagli attori de La Nuova Comune, al teatro Barocco
dell’Istituto della regione Campania “Paolo Colosimo”. Ed è proprio su Partenope che oggi vogliamo porre il nostro sguardo.
C’è un momento, nel buio del teatro, in cui Napoli smette di essere una mappa e diventa un corpo. È lì che inizia Scetate Partenope, lo spettacolo de La Nuova Comune APS con Deborah Di Francesco (anche autrice e regista del testo) e Marco Gregorio Pulieri: non un racconto, ma un risveglio. O meglio: sette risvegli, sette cadute nel sonno, sette identità che si sfaldano e si ricompongono come una città che non sa mai decidersi se nascere o sprofondare.

Lo spettacolo comincia dal foyer, dove insolite figure e personaggi
(interpretati da Valentina Coppola, Josepha Pangia, Francesco Barra, Costanzo Salatiello, Alessio Palumbo, Stefano Coppola, Stefania Romagna) si muovono tra gli invitati, accolti in quella che a tutti gli effetti è una veglia funebre. Il pubblico viene poi sollecitato ad entrare in sala e a sedersi, ma non prima di aver effettuato un gesto rituale: “gettare doni” addosso al corpo di Partenope, che giace immobile al centro del palco su una montagna di immondizia.
Deborah Di Francesco non interpreta: abita. Partenope è carne, voce, respiro della città. Si alza dal suo silenzio e attraversa i miti come stanze segrete: Partenope e Cimone, Partenope e Ulisse, Partenope e Vulcano, la principessa greca. Ogni mito è una rinascita, ogni risveglio un’illusione. La città si guarda allo specchio e non si riconosce: si scopre fragile, superba, comica, ferita. Ogni volta muore e si rimette a dormire, come se la sua esistenza non fosse che un’oscillazione tra incanto e disfatta.
Al suo fianco, o forse dall’altra parte del mito, un talentuoso Marco Gregorio Pulieri attraversa la scena con una serie di archetipi maschili: Cimone, Ulisse, un “don” mafioso. Maschere riconoscibili, volutamente codificate, quasi rassicuranti nella loro prevedibilità. Pulieri suona e canta: frammenti del repertorio popolare si mescolano a brani originali, trascinando lo spettatore in un gioco di cliché sapientemente costruito, dove la tradizione è un amo lanciato per portare il pubblico dove crede di sapere già andare. Poi il terreno cede. Lo spettacolo non si accontenta della scena: un cortometraggio di animazione irrompe nel flusso. È un altro linguaggio ancora. Perché Scetate Partenope non ha uno stile: ne ha molti.
Ogni mito è un teatro diverso. Teatro fisico, teatro cantato, teatro popolare, rito, ironia, confessione, animazione. Come se Napoli non potesse essere detta con un’unica voce, ma solo attraverso una migrazione continua di forme. E poi arriva la scocca finale. Partenope si sveglia, ma è sola stavolta, e prende a scendere le sette discese di Posillipo come un Virgilio che conduce il pubblico tra le fenditure dell’inferno quotidiano. Prima il riso, l’intrattenimento, la complicità. Poi il gelo. Le brutture della città non vengono
denunciate: vengono mostrate. Senza appoggio, senza didascalia. È lì che lo spettacolo assume la sua verità più spietata: Napoli diverte, seduce, poi ti lascia senza fiato davanti alla sua parte oscura. Non c’è tragedia dichiarata. C’è solo silenzio. Un silenzio che pesa più di qualunque parola. Scetate Partenope è un’opera sulla città, certo. Ma è soprattutto un’opera sull’identità che non si lascia fissare. Sul mito come memoria instabile. Sul sonno come condizione naturale di chi abita un luogo in perenne rinascita.

E qui il teatro trova il suo centro: nel momento in cui lo spettatore, dopo aver riso, cantato, riconosciuto, si ritrova a non sapere più dove guardare. È lì che accade la ferita. È lì che la città, finalmente, parla davvero.
A. D. S.

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