Teatro Mercadante, 21 ottobre – 1 novembre

La stagione teatrale del Mercadante si apre con un testo-simbolo della modernità, L’ultimo nastro di Krapp di Samuel Beckett (1958), capace di condensare il senso di quello spazio vuoto in cui la scena si confronta con la vita, il tempo e la memoria.
Non siamo più abituati alle pause, ai silenzi, agli spazi vuoti. I frammenti di memoria di Krapp agiscono proprio in questa direzione, ci costringono ad aspettare, ad accettare che il significato non venga continuamente esplicitato, che il silenzio non sia un’interruzione del discorso, ma una sua componente essenziale.
Il vuoto si riempie soltanto di gesti, espressioni, gorgheggi, un linguaggio parallelo attraverso il quale il corpo racconta ciò che la registrazione non riesce più a restituire. C’è qualcosa di particolarmente doloroso in questo dispositivo teatrale: Krapp ascolta la voce di un uomo che è stato lui stesso, ma nel quale non riesce più a riconoscersi pienamente.
Con i gesti, le esitazioni, i borbottii e le espressioni del volto, Renato Carpentieri costruisce una vera e propria partitura del corpo, in un’interpretazione densa e fragile al tempo stesso. La parola registrata appartiene al passato; il corpo dell’attore occupa il presente. Fra i due si apre continuamente uno scarto, una distanza che nessuna rievocazione può colmare.
È una dimensione che interroga anche il nostro modo di essere spettatori, ormai abituati a una comunicazione che teme qualsiasi sospensione, quasi che l’assenza di stimoli equivalga all’assenza di contenuto. Beckett ci costringe invece a sostare nel vuoto, a riconoscere nel silenzio una forma di espressione e nell’attesa una possibilità di significato.
A partire da Beckett, Roberto Andò costruisce un unico dispositivo teatrale, accostando a L’ultimo nastro di Krapp anche la breve pièce Press Conference di Harold Pinter.
Durante una inquietante conferenza stampa, un fantomatico ministro della Cultura, già capo dei servizi segreti, illustra il proprio progetto di società, fondato sulla difesa violenta dall’altro e sulla repressione brutale del dissenso. Qui il rapporto con la parola si rovescia. Non c’è più un individuo che cerca, attraverso i frammenti della memoria, di ritrovare qualcosa di sé. C’è un uomo di potere che utilizza il linguaggio per imporre una rappresentazione della realtà.
La cultura, che dovrebbe favorire conoscenza, interpretazione e confronto, viene associata a un apparato di controllo e repressione. Il meccanismo più inquietante del testo, terribilmente attuale, è proprio la normalizzazione della brutalità attraverso la comunicazione istituzionale. La violenza non viene necessariamente nascosta: può essere annunciata, giustificata, persino presentata come una ragionevole misura di difesa.
Pinter lavora così su una dimensione profondamente politica del teatro, mostrare come le parole possano rendere accettabile ciò che, espresso senza mediazioni, apparirebbe intollerabile.
L’accostamento drammaturgico produce un cortocircuito di particolare efficacia: Krapp è un uomo assediato dalle proprie parole passate; il ministro di Pinter è un uomo che pretende di governare il futuro attraverso le proprie parole presenti. Il primo è prigioniero della memoria individuale; il secondo aspira a controllare quella collettiva.
Fra i due testi irrompe un temporale, soluzione registica che interrompe la distanza contemplativa dello spettatore e lo prepara a una diversa forma di coinvolgimento. Una sorta di intermezzo musicale, dominato dalla violenza degli elementi, che trasforma radicalmente la qualità dell’ascolto.
Dopo aver chiesto allo spettatore di prestare attenzione al minimo gesto, alla più impercettibile esitazione, la regia lo investe con un evento sonoro di grande intensità, prima di consegnarlo alla parola aggressiva del potere.
Ed è proprio qui che la forma teatrale diventa essa stessa contenuto. Dal silenzio che custodisce le fratture dell’identità alla parola che pretende di cancellare ogni dissenso, il teatro mette in scena due modi opposti di confrontarsi con il tempo e con la verità: la dolorosa impossibilità di ricostruire il proprio passato e la pericolosa pretesa di imporre agli altri un’unica versione del presente.















