“Giocatori” al Teatro Acacia: quattro uomini, una partita mai iniziata e il coraggio di restare in gioco

RECENSIONE – Tra ironia e malinconia, Enrico Ianniello porta in scena il testo di Pau Miró, affidando ad Antonio Milo, Adriano Falivene, Marcello Romolo e Giovanni Allocca il racconto di quattro esistenze sospese tra fallimenti, sogni e bisogno di umanità.

Ci sono sconfitte che non fanno rumore, che si consumano lentamente nella quotidianità, fino a diventare parte della propria identità. E ci sono persone che, pur avendo perso quasi tutto, continuano a cercare una ragione per incontrarsi, raccontarsi e immaginare un futuro diverso. È in questo spazio fragile, sospeso tra rassegnazione e desiderio di riscatto, che prende forma Giocatori (Jucature), il testo del drammaturgo catalano Pau Miró, nella traduzione, nell’adattamento e nella regia di Enrico Ianniello, in scena al Teatro Acacia di Napoli dal 29 ottobre all’8 novembre.

Al centro della vicenda ci sono quattro uomini che si ritrovano attorno a un tavolo per giocare a carte. Un appuntamento apparentemente ordinario, che diventa il pretesto per condividere ricordi, confessioni, paure e progetti improbabili. La partita, però, sembra non cominciare mai. Le carte restano sullo sfondo, mentre a occupare la scena sono le parole, le divagazioni e i tentativi di dare un senso a esistenze che hanno progressivamente smarrito la propria direzione.

Un attore alle prese con vuoti di memoria e piccoli furti, un becchino che cerca nella compagnia altrui una risposta alla solitudine, un barbiere incapace di ammettere di aver perso il proprio lavoro e un professore di matematica ancora condizionato dal rapporto con il padre. Quattro storie diverse, accomunate dalla difficoltà di trovare un posto nel mondo e dalla necessità, profondamente umana, di sentirsi ancora parte di qualcosa.

La forza della scrittura di Pau Miró risiede proprio nella capacità di trasformare situazioni ordinarie in occasioni di riflessione. Il fallimento non viene raccontato attraverso grandi tragedie, ma emerge dai dettagli, dalle contraddizioni e dalle parole pronunciate quasi per caso. La comicità nasce da questa distanza tra ciò che i protagonisti vorrebbero essere e ciò che sono diventati, senza cancellare la malinconia che attraversa i loro racconti.

Nell’adattamento di Enrico Ianniello, la dimensione linguistica napoletana rappresenta una chiave importante per avvicinare il testo al pubblico, senza ridurne la portata universale. Non si tratta semplicemente di trasferire una storia in un altro contesto culturale, ma di cercare attraverso la lingua una maggiore immediatezza emotiva. Il dialogo diventa così il principale strumento attraverso cui emergono le fragilità dei personaggi, lasciando convivere leggerezza e amarezza.

La presenza di Antonio Milo, Adriano Falivene, Marcello Romolo e Giovanni Allocca pone al centro dello spettacolo una dimensione corale. Quattro figure che non possono essere considerate soltanto per le rispettive vicende individuali, perché il significato del racconto si costruisce soprattutto nelle loro relazioni. Il tavolo attorno al quale si incontrano è un luogo di confronto, ma anche un rifugio dalla realtà esterna, dove ciascuno può continuare a raccontare una versione di sé forse più sopportabile.

È proprio questa condizione di sospensione a rendere interessante la struttura drammaturgica. L’azione sembra continuamente rimandata, mentre i dialoghi prendono il sopravvento. Una scelta che costituisce insieme la particolarità e il possibile limite del testo: la sua efficacia dipende dalla capacità di mantenere viva la tensione attraverso il ritmo delle conversazioni e l’equilibrio tra i quattro protagonisti. Chi cerca una narrazione costruita su continui avvenimenti potrebbe percepire una certa staticità, ma è proprio nell’immobilità apparente che si nasconde il senso della storia.

La regia di Ianniello si confronta dunque con una drammaturgia in cui ciò che non accade conta quanto ciò che viene raccontato. La scena, firmata da Carmine Guarino, i costumi di Ortensia De Francesco e il disegno luci di Cesare Accetta costituiscono gli elementi visivi di un universo concentrato sulla quotidianità e sull’intimità dei rapporti.

Al di là della componente comica, Giocatori offre soprattutto una riflessione sulla solitudine e sulla difficoltà di accettare le proprie sconfitte. I protagonisti non sono eroi, né figure da compatire. Sono uomini comuni, nei quali diventa possibile riconoscere debolezze, paure e contraddizioni che appartengono a molti. Il loro continuo parlare può apparire come una fuga dalla realtà, ma rappresenta anche un tentativo di resistere all’isolamento.

In questo senso, il testo conserva una particolare attualità. In una società che misura frequentemente il valore delle persone attraverso il successo, il lavoro e i risultati raggiunti, questi quattro uomini sembrano esistere ai margini di ogni definizione di riuscita personale. Eppure, proprio nella loro incapacità di vincere, emerge qualcosa che sfugge a qualsiasi bilancio: la possibilità di trovare conforto nella presenza degli altri.

Giocatori non racconta soltanto quattro vite incompiute. Racconta la necessità di continuare a immaginare, anche quando la realtà sembra aver già deciso diversamente. Perché forse la vera sconfitta non è perdere una partita, ma smettere di credere che valga ancora la pena giocarla.

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*Scheda dello spettacolo*

*Titolo:* Giocatori (Jucature)
*Autore:* Pau Miró
*Traduzione, adattamento e regia:* Enrico Ianniello
*Interpreti:* Antonio Milo, Adriano Falivene, Marcello Romolo, Giovanni Allocca
*Scene:* Carmine Guarino
*Costumi:* Ortensia De Francesco
*Disegno luci:* Cesare Accetta
*Produzione:* Diana Or.i.s.
*Teatro:* Acacia, Napoli
*Date:* 29 ottobre – 8 novembre 2026

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