RECENSIONE – Questo è il mio pensiero. Il canto del mare oltre ad essere un omaggio a Camilleri è stato lo spunto dell’autore a voler raccontare le meraviglie della propria terra. Lo spettatore che ha vissuto questa esperienza, per poterne cogliere tutta la magia, necessariamente si è dovuto mettere all’ascolto con il cuore di un bambino. La maestria delle voci narranti ci hanno portato in quel mondo fantastico della favola raccontata dalla nonna. La voce femminile, trasformandosi all’occorrenza, ha dato la sensazione di vederne il personaggio.

Ci sono serate che inaugurano una stagione e serate che ne dichiarano il carattere. Quella del 17 ottobre al Teatro Bolivar, nel cuore di Materdei, appartiene alla seconda specie: aprire il cartellone 2026/27, intitolato «Storie che RIFLETTONO», con uno scrittore che dialoga con un altro scrittore significa mettere al centro, fin dalla prima sera, il potere del racconto e dello specchio che esso tende a chi ascolta.
Maurizio De Giovanni sceglie di rendere omaggio ad Andrea Camilleri non con una commemorazione, ma con un atto di restituzione creativa: rilegge e riscrive «Maruzza Musumeci», il romanzo in cui la sirena che dà il nome al libro attraversa una lunga saga familiare, e ne ricava un racconto per la scena nel quale mito e storia si intrecciano. Maruzza è bellissima, ha una voce melodiosa, è dolcissima e spietata: ed è il «cunto» di una sirena il filo rosso che tiene insieme le generazioni, le leggende del Mediterraneo e l’evocazione di tempi perduti.

Due voci, un solo mare
La scommessa dell’operazione è tutta qui: far incontrare due scritture lontane per geografia e per temperamento, quella siciliana e sorniona di Camilleri e quella napoletana e malinconica di De Giovanni, senza che l’una si risolva nell’altra. Il Mediterraneo, che bagna entrambe le sponde, fa da terreno comune; la sirena, creatura di confine tra l’umano e il mitico, fa da ponte. È un’idea teatrale solida, perché il racconto orale, la parola detta davanti a un pubblico, è la forma più antica e più naturale per una storia di sirene.

L’adattamento e la regia di Annamaria Russo hanno il compito più delicato: trasformare la pagina in presenza scenica, dosando la voce narrante dell’autore e l’intervento degli altri interpreti. Rosaria De Cicco, Marianita Carfora, Paolo Cresta e Rocco Zaccagnino portano in scena la polifonia di una famiglia e di un mondo, mentre la presenza di Marco Zurzolo, sassofonista tra i più riconoscibili della scena napoletana, lascia intendere che la musica non sia un semplice accompagnamento ma una seconda voce del racconto, quella che parla dove le parole si fermano, come fa il canto di una sirena.
Il senso di un’apertura
Per il Bolivar, diretto dal collettivo Nu’Tracks di Anna Evangelista e Stefano Scopino, la scelta di partire da qui è coerente con il filo della stagione: guardarsi dentro e riconoscersi nell’altro. Il mito della sirena, la seduzione e la durezza che convivono nella stessa creatura, parla proprio di questo: di ciò che si nasconde dietro le apparenze e dentro la memoria. Un tema che a Napoli, città di sirene fondatrici, suona quasi come un ritorno a casa.

In sintesi
«Il canto del mare» è un omaggio che sceglie la via più generosa: invece di celebrare Camilleri, lo continua. Per chi ama la parola raccontata, per chi nutre un debito di riconoscenza verso i due autori e per chi cerca a teatro la forza antica del «cunto», è un’apertura di stagione che promette bene per il cartellone che segue.
















