Una Traviata da cortile

RECENSIONE – Un cortile industriale della periferia nord della città, allestito come la piazza di un paese in festa. Un’orchestra che entra in scena come una banda. Un direttore d’orchestra cyberpunk. Il pubblico in piedi senza platea.

 

La narrazione ha inizio.

Nel primo quadro Violetta appare tra gli spettatori, ruba le rose bianche che il pubblico tiene tra le mani, sceglie i suoi amanti, gioca, provoca. Poi qualcosa cambia: per la prima volta prova quella «croce e delizia al cor» che subito tenta di respingere nel vortice di «Follie! Follie!».

 

Comincia così Una Traviata da cortile, originale e coraggioso esperimento teatrale, sapientemente diretto da Alessandro Baricco, che per due sere ha trasformato il cortile della fabbrica Kimbo di Melito in uno spazio scenico totale: un’atmosfera irreale, sospesa tra archeologia industriale e festa di piazza, tra Verdi e Fellini, ma narrata da Baricco.

La scena, nel senso tradizionale del termine, è annullata. Non esiste un vero confine tra chi rappresenta e chi guarda: i protagonisti sono a stretto contatto con il pubblico, lo coinvolgono, lo provocano; i figuranti si confondono con gli spettatori e gli spettatori, quasi senza accorgersene, diventano a loro volta parte dello spettacolo. Anche la musica e il canto perdono la distanza rituale del teatro d’opera. A pochi metri dalle voci e dagli strumenti, si vibra all’unisono con Violetta, se ne avverte fisicamente il respiro, ci si lascia trascinare dalla sua euforia e poi dalla sua fragilità.

E quando il dramma sta precipitando verso la morte, irrompe la festa. Nell’attesa dell’ultimo atto si celebra il Carnevale. Al pubblico viene distribuito un cestino da picnic, chiuso da un fazzoletto a quadretti bianchi e rossi annodato ai quattro angoli. Ma anche questo gesto conviviale entra nella drammaturgia: protagonisti, musicisti e spettatori mangiano insieme, bevono insieme, improvvisano piccole esibizioni. Pino Daniele e la canzone classica napoletana si impastano con i temi più riconoscibili di Verdi; le fisarmoniche prendono il posto, per qualche momento, dell’orchestra.

Non siamo più nella Parigi ottocentesca di Dumas. Siamo piuttosto in una piazza-balera dell’Italia degli anni Cinquanta, tra musica, cibo, voci e corpi: una festa popolare che ha qualcosa del circo felliniano, gioiosa e malinconica insieme.

Nel frattempo scende la sera.

 

Le luci cambiano e la festa si ritrae. Quasi senza soluzione di continuità, ciò che appariva gioco torna a essere dramma: la malattia, l’abbandono, il ritorno, il perdono, la morte. Ed è forse proprio questa brusca oscillazione tra euforia collettiva e solitudine individuale a restituire alla vicenda di Violetta una forza inattesa. Perché, dopo aver abolito per tutta la sera la distanza tra scena e pubblico, lo spettacolo non consente più allo spettatore di rifugiarsi nella contemplazione estetica della tragedia: Violetta muore lì, in mezzo a quella stessa comunità che poco prima mangiava, beveva e cantava con lei.

Acquista così un peso diverso anche l’ultima parola pronunciata dalla nostra eroina prima di morire: «gioia».

 

Dopo il rumore della festa, il canto, le fisarmoniche, le rose, il cibo condiviso e la musica di Verdi mescolata a quella di Napoli, resta una parola luminosa proprio nel momento in cui tutto si spegne.

 

È qui il senso più profondo di questa Traviata da cortile: aver sottratto un’opera tra le più celebri del repertorio lirico alla distanza del monumento per restituirla alla vita, alla piazza, al corpo, alla festa, alla malattia, all’amore e alla morte.

 

Alessandro Baricco ha vinto la sfida: costruire intorno a quella musica un mondo nel quale tutto sembra accadere naturalmente. La fabbrica diventa piazza, la piazza teatro, il pubblico comunità; Verdi incontra Napoli, il melodramma la festa popolare, la tragedia la vita. Senza che nulla sembri forzato. Perché, come nelle storie raccontate bene, alla fine si ha l’impressione che non avrebbe potuto accadere in nessun altro modo.

Narrazione e regia: Alessandro Baricco

Direzione musicale: Enrico Melozzi

Direzione creativa e casting: Gloria Campaner

Violetta: Floriana Cicio, soprano

Alfredo: Andrea Tanzillo, tenore

Germont: Sergio Vitale, baritono

Con: Mario Stefano Pietrodarchi, fisarmonica; Raffaele La Ragione, mandolino; Letizia Gullino e Daniel Savina, violini; Martina Bonaldo, viola; Francesco Angelico, violoncello; Paolo Borsarelli, contrabbasso

Coro Lirico del Teatro Verdi di Salerno – Orchestra di Fiati del Cilento

Voce: Adriano Giannini

Produzione: IMARTS – International Music&Arts

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