Gianni Biccari ed Emozioni e Palcoscenico: «Non è un ambiente semplice ma mi manca l’odore del teatro»

Luca De Filippo - Foto di Gianni Biccari

NAPOLI – “Emozioni e palcoscenico” è il titolo della mostra fotografica di Gianni Biccari, esposta nella Sala Foyer del Palazzo delle Arti Di Napoli (dal 4 al 14 ottobre), e omonima di un catalogo che ripercorre i trent’anni (1988-2018) di vita professionale del fotografo partenopeo. L’evento, realizzato in collaborazione con l’Assessorato alla Cultura del Comune di Napoli e Luca Sorbo, ripercorre l’esperienza professionale di Biccari sin dagli anni ’80, formando un archivio che preserva la memoria di tanti spettacoli, dai primi scatti realizzati grazie agli amici di “Forse Teatro” e “Teatro per noi”, dalla realizzazione delle immagini del libretto di “Filumena Marturano”, interpretato da Luca e Lina Sastri, a quello per “Padre Cicogna”, poemetto inedito di Eduardo letto da Luca Sastri e accompagnato dalla famosa orchestra Aracoeli. Le immagini del catalogo, quasi tutte in pellicola, mostrano i tanti protagonisti che hanno calcato le scene dei più noti teatri partenopei come Toni Servillo, alle sue prime esperienze con i Teatri Uniti, l’affascinante Massimo Ranieri e anche le foto di spettacoli audaci e mai dimenticati come “Oh Calcutta!”, portato in scena dalla compagnia del Teatro Bellini nel 1999. La gestualità, la sensualità, la complicità e la sofferenza sui palchi di Napoli sono stati vera fonte d’ispirazione per il fotografo, che ha legato le foto del suo repertorio in sintonia con queste peculiarità su diverse pareti della sala del Pan durante la mostra. Di questa esperienza e documentazione teatrale abbiamo parlato con il fotografo e autore, Gianni Biccari.

La prima curiosità, che nasce spontanea analizzando la sua trentennale esperienza di fotografo di scena, riguarda sicuramente “in che modo”, nel 1988, ha mosso i primi passi nel mondo del teatro. Cosa l’ha spinta?

«A muovermi è stato di certo il fatto che mi piaceva il teatro, addirittura mi sarebbe piaciuto recitare. Per quanto riguarda la fotografia, cominciai in realtà con i fiori e le farfalle. Durante il periodo di fermento degli anni ’80, quando a teatro c’era Moscato, Servillo e Teatri Uniti, un amico mi disse esplicitamente che – “se avessi voluto diventare un fotografo serio” – avrei dovuto cominciare a fotografare il teatro. Di questa cosa ne fui inorgoglito tantissimo. Iniziai quindi a fotografare la loro compagnia teatrale e mi piacque molto. In seguito chiesi di poter fotografare gli spettacoli ed è nata una vera passione. Ho cominciato a comprare le prime attrezzature più costose e ad avere i primi incarichi professionali soprattutto nel filone filodrammatico. Lavoravo tantissimo con le compagnie amatoriali, che in tante facevano “Eduardo”. Ho fotografato così tante “Eduardo” tra le filodrammatiche che è una cosa che prima o poi tirerò fuori bene dal cassetto. Nel teatro di figura sono stato per anni fotografo ufficiale di festival importanti come “Burattini nel verde” di Castellammare di Stabia e il “Festival Internazionale delle Figure Animate” di Perugia. Potevo infilarmi nelle baracche e fotografare i teatrini e da questa esperienza sono state tratte proposte produzioni che viaggiano su tutto il territorio nazionale.»

Come funzionava la “reportistica di scena” negli anni ’90?

«Quando era possibile le foto le facevo accreditare o le facevo per me. Le foto, quando erano su committenza, erano scattate durante le prove generali e non c’era molta libertà di muoversi. Qualche volta ho dovuto fare dei ritocchi e fotografavo durante gli spettacoli, ma sempre dal fondo della platea o dal corridoio di lato. Chiaramente tutto il lavoro era fatto con obbiettivi forti, potenti e luminosi. Adesso puoi fare tante correzioni con il digitale, ma sulla pellicola dovevi essere preciso o la foto era rovinata. Dopo uno spettacolo tornavo a casa e andavo immediatamente in camera oscura a stampare le fotografie riprese, perché dovevano essere consegnate ai giornali e alle agenzie entro mezzogiorno e spesso con la vespa dovevo portarle a Chiatamone. Nella metà degli anni ’90 sviluppare le foto era costoso e non si aveva la garanzia di un buon risultato. Tutto era una sorpresa ed è capitato con tantissime fotografie di fare tre scatti, tra cui una era fuori fuoco, l’altra mossa e nell’ultima l’attore aveva gli occhi chiusi. All’epoca era un aspetto seccante, ma adesso è romantico pensarci. Se ero incaricato dalla compagnia ero l’unico fotografo durante lo spettacolo, perché non si può e non si poteva dare troppo fastidio. Oggi il mondo dello spettacolo e la maggior parte delle produzioni non possono più permettersi le foto nel foyer dei teatri e hanno tagliato ciò che nella loro opinione è superfluo: il fotografo di scena.»

Dal 1988 ad oggi, quanti spettacoli pensa di aver visto? Quante stelle dello spettacolo ha immortalato?

«Penso intorno al migliaio. Gli attori fotografati sono tutti esposti alla mostra e credo mi manchi solo Pupella Maggio e Luigi De Filippo. Qui c’è Nando Paone, Nina Moretti. Sulla “parete delle sofferenze” c’è il Sarchiapone interpretato da Umberto Bellissimo e Benedetto Casillo in Al di fuori del suo contesto storico. Alla “parete della tradizione” è posta l’ultima foto di Luisa Conte, prima dell’attacco cardiaco; Giacomo Rizzo e Biaggio Izzo, che non era più “Bibì” e neanche quello che conosciamo adesso. Sulla “parete delle femmene” c’è Cristina Donadio, astro nascente degli ultimi anni in tv e da anni grande attrice di teatro. Alla “parete del conflitto tra uomo e donna” troviamo Lina Sastri e Isa Danieli.»

Che percezione aveva del pubblico che andava a teatro quando ha cominciato? Nota delle differenze con quello di oggi?

«La percezione dipendeva dallo spettacolo. Come disse Salemme, “la gente vuole ridere” e Napoli è stata sempre un po’ penalizzata su determinati spettacoli. Mi è capitato di assistere a situazioni in cui il pubblico si alzava e andava via. Ho anche assistito a manifestazioni di entusiasmo, di giubilo quasi. Prima si era più attratti da nomi come Mariarosaria Maggio, Luisa Conti, Giacomo Rizzo ed è anche da capire, perché quando la gente esce dalla propria routine, desidera quell’attimo di leggerezza che non puoi avere con determinati spettacoli impegnativi. Anche se, collaborando adesso con la sala Molière di Pozzuoli, vedo che la gente è realmente interessata a tematiche dure. Oggi il pubblico si concentra su problemi come il femminicidio, per esempio. Magari ci mettono un attimo per capire e per farsi trasportare, ma quando il pubblico riesce ad entrare nello spettacolo è interessato e anche i giovani.»

Potrebbe raccontarci qualche aneddoto? Un ricordo memorabile, avvenuto tra i più noti palchi partenopei. 

«I ricordi sono così tanti! Ricordo “Oh Calcutta”, famosissimo musical di Broadway in versione italiana, durante il quale, data la nudità degli interpreti, una donna assai scandalizzata cominciò a inveire dal pubblico. Fu l’unico spettacolo in cui le foto le mostrai prima alla produzione, poiché era chiaramente una situazione delicata. Erano davvero tutti nudi e il pubblico ne rimase scioccato. Ricordo con piacere tante cose, come i caffè che prendevamo a casa di Rosalia Maggio, i litigi tra le prime donne (alcuni culminati addirittura con una denuncia) e un episodio con Gigi Savoia alle quattro del mattino di metà maggio al chiostro di S. Maria La Nova. Gigi recitò un monologo di un’ora durante la prova generale, accompagnato da un musicista con un flauto. Oltre che una delle fotografie più belle che ho scattato a Gigi Savoia, questo è uno dei ricordi più belli. Non ero sempre inserito nelle compagnie, perché la mia interpretazione era dall’ombra. Quando c’erano le prime era un po’ una festa, un po’ un farsi vedere, c’era questo presenzialismo feroce, perché devi sempre farti notare. Rammento la prima volta che ho portato la cartella delle fotografie, feci l’errore di darle ad un attore di compagnia e beccai irripetibili imprecazioni dal capocomico. Ci sono stati tantissimi episodi che potrei raccontare, ma quello più bello è stato il primo giorno di questa mostra, quando ho visto la presenza di tantissimi. Non mi aspettavo questa partecipazione sia d’affetto che di critica, non essendo nell’ambiente da quasi dieci anni. Non è un ambiente semplice il teatro, ma mi manca quell’odore.»