Intervista a Maurizio De Giovanni, Il canto del mare

Quando porta in scena le parole di un altro scrittore, che cosa cambia nel suo modo di stare davanti al pubblico? Con Camilleri si sente soprattutto un interprete, un ospite o un interlocutore?

Un ospite, prima di tutto. In una casa grandissima come quella di Camilleri in cui ci sono la storia, la lingua, l’ironia, il dolore, una conoscenza profondissima degli esseri umani. Poi, naturalmente, raccontando diventi anche un interlocutore, perché quelle parole attraversano la tua voce e qualcosa di te ci finisce dentro. La responsabilità è proprio questa: mettere la propria sensibilità al servizio della storia, senza occuparla tutta. Vorrei che il pubblico sentisse quanto amo ciò che sto raccontando.

 

Per questo omaggio ha scelto di rinarrare “Maruzza Musumeci”. Quale dettaglio di questa storia le ha fatto pensare: “Questo deve essere ascoltato in teatro”?

Il mare, prima di tutto. Il mare è un suono, non un’immagine. E poi questa è una storia fatta per essere raccontata, e che chiede qualcuno che ascolti con il fiato sospeso.

 

Ci racconta un momento delle prove in cui una voce, una pausa o un intervento musicale le ha fatto scoprire qualcosa del testo che sulla pagina non aveva colto?

La cosa sulla quale mi soffermerei è la pausa. Quando leggi, sei tu a decidere quanto restare dentro una frase. In teatro devi lasciare quel tempo anche agli altri. Una parola può aver bisogno di silenzio perché chi ascolta riesca a incontrare un proprio ricordo, un volto, un’assenza. La musica poi entra in questo spazio e può aprire una possibilità che la voce, da sola, non aveva aperto

Maruzza è una figura nella quale convivono dolcezza e spietatezza. Come si racconta una donna così senza risolverne le contraddizioni? E quanto ci mette in difficoltà, oggi, un personaggio che non si lascia giudicare facilmente?

Non si risolve, e guai a farlo. Maruzza viene dal mare, e il mare è tenero e crudele insieme, senza che questo sia una colpa perché è la sua natura. Se cominci a giudicarla, la perdi. Il narratore deve avere il coraggio di stare accanto a lei senza assolverla e senza condannarla. Oggi siamo un po’ malati di giudizio immediato, vogliamo sapere subito chi sono i buoni e chi i cattivi. Un personaggio come Maruzza ci disturba perché ci ricorda che gli esseri umani sono complicati, e che la letteratura serve proprio a questo: a tenerci dentro la complicazione senza scappare.

 

Se potesse rivolgere a Camilleri una sola domanda su questa rilettura, quale sarebbe? C’è una scelta artistica sulla quale avrebbe desiderato confrontarsi con lui?

Gli chiederei: “Si sente ancora la sua storia?”. Mi interesserebbe questo, soprattutto. Vorrei sapere se, attraverso questi cambiamenti, è rimasto vivo ciò che per lui era essenziale. Mi sarebbe piaciuto confrontarmi sul rapporto tra la parola e il canto, su quanto lasciare al racconto e quanto affidare a una voce che canta. Camilleri aveva una conoscenza enorme del teatro: sarebbe stato bellissimo ascoltarlo ragionare su quel confine.

 

Il “cunto” richiama l’esperienza di qualcuno che racconta e di una comunità che ascolta. Lei ricorda una persona che, prima dei libri, le abbia fatto scoprire il potere di una storia? Come riusciva a catturare la sua attenzione?

Sì, mia madre. Sono i racconti che si facevano a tavola o la sera, quando cominciava con “ti racconto una cosa” e tutto il resto smetteva di esistere. Non aveva nessuna tecnica, e proprio per questo funzionava. Abbassava la voce al momento giusto, si fermava prima della rivelazione, ti guardava per vedere se eri ancora lì. Capivi che quella storia l’aveva portata a te come un regalo, e che tu dovevi custodirla.

 

Ai giovani si rimprovera spesso di non saper più ascoltare. Da narratore, le è mai capitato di scoprire che erano gli adulti a non trovare le parole giuste per farsi ascoltare?

Credo che dovremmo porci questa domanda molto più spesso. Prima di dire che un ragazzo non ascolta, dovremmo chiederci se noi abbiamo ascoltato lui. Se sappiamo di  cosa ha paura, che cosa desidera, quale futuro riesce a immaginare. Gli adulti arrivano facilmente con una risposta già pronta, qualche volta persino prima che sia stata formulata la domanda. E i ragazzi se ne accorgono. Per trovare le parole giuste bisogna essere interessati alla persona che hai davanti. Puoi anche dirle qualcosa di difficile, puoi dissentire, ma deve sentire che stai parlando con lei. L’ascolto comincia da questa reciprocità.

 

Immagini un ragazzo che conosce i suoi personaggi attraverso la televisione ma non è mai entrato in un teatro. Quale esperienza vorrebbe fargli vivere con “Il canto del mare”?

Vorrei fargli provare la sensazione che qualcosa stia accadendo adesso, solo adesso, e non si ripeterà mai uguale. In televisione puoi mettere in pausa, tornare indietro, distrarti. In teatro no: ci sei, c’è il buio, c’è una voce che arriva e gli altri accanto a te che respirano insieme a te.

 

Il mare di questo spettacolo custodisce miti e memorie. A un giovane che vive a Napoli oggi, quale storia del nostro mare pensa manchi ancora?

Vorrei che gli arrivassero di più le storie di chi quel mare lo attraversa, oggi, per cercare una possibilità di vita. Noi lo guardiamo dalla riva e spesso conosciamo quelle persone soltanto attraverso un numero o una notizia. Ma ciascuna ha lasciato una casa, qualcuno da salutare, abitudini, affetti. Napoli dovrebbe avere una sensibilità particolare per questo, perché nella sua memoria ci sono tante partenze, tante famiglie separate dall’emigrazione. Mi piacerebbe raccontare a un ragazzo le due sponde attraverso le persone. Il mare che vede ogni giorno contiene anche le loro attese. Credo che conoscerle cambierebbe il suo modo di guardarlo.

 

Lei è arrivato alla pubblicazione del primo romanzo dopo una lunga esperienza professionale in un altro ambito. A un giovane che sente di essere già “in ritardo” nella propria vita, quale episodio concreto del suo percorso racconterebbe?

Gli racconterei del concorso del 2005, al quale alcuni amici mi iscrissero per scherzo. Lavoravo in banca, avevo quarantasette anni e non avevo progettato una carriera da scrittore. Da quel concorso e da quel racconto è cominciato il percorso di Ricciardi. Ma starei attento a non trasformare la mia esperienza in una promessa: nessuno può garantire a un ragazzo che un giorno arriverà l’occasione capace di cambiare tutto. Posso dirgli, però, che a quarantasette anni non sapevo ancora una cosa fondamentale della mia vita. Per questo mi dispiace sentirsi definire “in ritardo” a venti o trent’anni. Gli chiederei: rispetto a chi? Ci sono esperienze che maturano lentamente. Anche gli anni nei quali sembra non accadere nulla possono darti qualcosa che userai dopo.

 

La stagione del Bolivar si intitola “Storie che RIFLETTONO”. Le è mai successo che uno spettatore le restituisse un’immagine del suo lavoro nella quale inizialmente non si riconosceva?

Spessissimo, ed è una delle cose più belle di questo mestiere. Qualcuno mi dice “il tuo libro parla di solitudine”, e io non ci avevo mai pensato, ma ha ragione. Un altro mi dice che gli ha dato conforto in un momento terribile, e io resto zitto, perché non sapevo di avere quel potere. Una storia, quando esce da te, smette di essere solo tua. Il lettore o lo spettatore ci mette dentro la sua vita, e ti restituisce uno specchio che non avevi previsto.

 

Per concludere, Napoli a Teatro nasce come progetto anche per avvicinare nuove persone al palcoscenico. Se dovesse affidare alla nostra rivista una storia, un’immagine o poche parole per invitare un giovane a entrare in teatro per la prima volta, quali sceglierebbe?

L’immagine della sala che si spegne. Quel momento preciso in cui le luci scendono, il brusio si ferma e per un secondo non succede niente, ma tutti sanno che sta per succedere qualcosa. Direi a quel ragazzo: vieni a vedere cosa succede in quel secondo. Non devi capire niente, non devi prepararti, non devi sentirti all’altezza. Devi solo sederti e fidarti. Il teatro ti accoglie senza chiederti chi sei.

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