
May B traduce in movimento la condizione umana alla deriva e lo fa attraverso un linguaggio teatrale crudo, che trasforma il ridicolo, il violento e l’angoscioso in situazioni.
La forza della danza deriva dalla sua capacità di rappresentare il mistero della nostra presenza nel mondo.
A proposito dello spettacolo
Questo pezzo, basato sugli scritti di Samuel Beckett – il cui lavoro contraddice, nel movimento teatrale e nell’atmosfera, la performance fisica ed estetica di un danzatore – ha gettato le basi per la decifrazione dei nostri gesti più intimi, nascosti e ignorati.
Riuscire a svelare i gesti minuscoli o spettacolari delle tante vite impercettibili e invisibili, in cui l’attesa e la quiete “non proprio immobile” creano un vuoto, un enorme nulla, uno spazio silenzioso colmo di esitazioni.
Quando i personaggi di Beckett anelano alla quiete, non possono fare a meno di muoversi; poco o tanto, si muovono.
In questo lavoro essenzialmente teatrale, il nostro intento non era tanto sviluppare parole e discorso, quanto una forma esagerata di movimento, cercando così il punto d’incontro tra il movimento applicato al teatro, da una parte, e la danza e il linguaggio coreografico, dall’altra.
Maguy Marin
(…) È dotata di un senso del fantastico e dell’assurdo – e nei drammi di Samuel Beckett ha trovato il punto focale perfetto per meditare sulle assurdità della vita. Come Beckett, lavora con personaggi archetipici – i suoi, in effetti – e, utilizzando elementi universali, riesce a rendere la condizione umana qualcosa di estremamente specifico.
I dieci danzatori sul palco sono una composizione dei personaggi di Beckett – i loro volti cosparsi di gesso grigio che vola via mentre si muovono. Vestiti con abiti da notte malconci, avanzano all’unisono nel loro cammino alienato – sorprendentemente precisi in ogni movimento – verso la scoperta di sé.
La sessualità è ciò che scoprono per primo, in una sequenza frenetica fatta di spasmi, ma vediamo anche emergere un’ampia gamma di emozioni: ostilità, paura, tenerezza. (…)
Anna Kisselgoff
The New York Times – 1986