
Julie d’Aubigny (1670-1707), detta La Maupin, così famosamente chiamata da storici e romanzieri, è l’immagine di donna avventuriera, bisessuale ed artista che ad oggi manca nell’immaginario collettivo. Un archetipo di emancipazione personale. In un paesaggio culturale dove ogni storia queer è intrinsecamente tragica, quella di Julie d’Aubigny è, piuttosto, un audace romanzo di rivalsa. Col tempo si stanno scrivendo i capitoli mancanti della Storia. Ed emergono le icone della comunità LGBT+ in ambienti artistici non più escludenti, ma accoglienti, senza che vengano etichettate come degne di attenzione solo per il valore morale delle loro storie, che in genere si esprime con tragicità. Ma essere omosessuali non è una tragedia, è, piuttosto, solo una parte della storia di una persona. Così come per Julie d’Aubigny, che sovverte e ride in faccia a tutte le norme sociali, non solo a quelle di genere e sessualità.
Chi era Julie d’Aubigny? Schermitrice e duellante insuperabile, cantante lirica di talento a l’Opéra de Paris, libertina, vagabonda e al tempo stesso frequentatrice della corte di Re Luigi XIV, musa ispiratrice di La Grange e Campra, travestita, amante di principi Bavaresi e incendiatrice di conventi. La sua vita sembra un romanzo di formazione sconcio, crudo e violento, ma dal quale emerge sempre la pura determinazione e gioia di Julie di voler vivere la propria vita esattamente così come desidera. Julie d’Aubigny dovrebbe sedere al fianco di Don Giovanni e Casanova, come edonista, e di Rimbaud e del Marquis de Sade, come artista. Perché non è così? Julie è leggenda, ma è una leggenda dimenticata. Sul suo nome, i fatti si mescolano alle speculazioni fantasiose. Il Mito della Maupin ha cancellato l’identità personale di Julie d’Aubigny.
Le Sacrées Putes non intendono eliminare il Mito della Maupin con il loro spettacolo biografico, ricercando unicamente la verità storica; bensì desiderano esaltare La Leggenda affiancandola ad una figura più intima, quella di Julie che si spoglia del personaggio da lei stessa creato. In scena, infatti, il personaggio si sdoppia nelle due interpreti, Myriam e Costanza, e nei linguaggi utilizzati: la parola parlata e il canto lirico. Uno sdoppiamento che continua anche nell’aspetto fisico dello spettacolo, dove il corpo sensuale si contrappone a quello atletico della duellante. Un’antitesi che nello svilupparsi della storia diventa sintesi: La Maupin e Julie finiscono per coesistere e sovrapporsi, in tutte le loro contraddizioni e incoerenze. La verità scenica di queste due facce della stessa medaglia è inoltre esaltata dall’uso di maschere alla veneziana che rappresentano i personaggi secondari, i quali, per quanto famosi (come ad esempio il Re Sole), non sono che marionette tra le mani di questa donna straordinaria. Da un punto di vista tecnico, quindi, lo sviluppo della drammaturgia avviene su due binari: se da un lato la compagnia è andata a minimizzare il numero di interpreti, soltanto due, per esaltare il personaggio, dall’altro ha voluto ampliare e rendere più ricco il proprio ventaglio di linguaggi e strumenti, per poterne raccontare quante più sfaccettature possibili. La compagnia vuole così stringere con il pubblico un patto di semplicità e complicità immaginativa, vedendo lo spettatore in una posizione non passiva.
Con questo spettacolo biografico le Sacrées Putes propongono un inno alla gioia queer nel quale rispecchiarsi, un dialogo tra linguaggio scenico contemporaneo e classico, una riscoperta in chiave moderna di un repertorio lirico barocco quasi sconosciuto, e di una figura storica che, allora come adesso, stupisce, fa riflettere e affascina