RECENSIONE – Fino a che punto siamo capaci di bloccare il nostro stesso cammino? Quanto tempo della nostra vita spendiamo nell’attesa di un momento perfetto che, in realtà, non esiste? Dall’alto, le nuvole si rivela una perfetta metafora dell’autosabotaggio, di quel freno invisibile che ci spinge a rimandare per anni i progetti più amati e desiderati.
Questa pièce, scritta e diretta con delicatezza da Alessandra Mirra, parla intimamente a ciascuno di noi, toccando quei blocchi emotivi che, almeno una volta nella vita, tutti abbiamo sperimentato sulla nostra pelle, offrendoci uno studio psicologico sull’incapacità dell’uomo a fare i conti con sé stesso.
Le parole di Alessandra Mirra sui tre protagonisti possono aiutarci a scardinare la trama: «Per me loro sono tre entità imprigionate in sé stesse. Ognuno con la propria verità. Senza il loro incontro reciproco, questo avvenimento non sarebbe mai accaduto. Non c’è davvero un lieto fine, non è ciò a cui vorrei arrivare».
Il fulcro filosofico dell’opera risiede infatti in un paradosso visivo e concettuale: per iniziare a costruire o a creare, non si può pretendere di partire dalle nuvole – ovvero dall’alto –, ma dal basso, finanche dall’abisso. Lo spettatore si ritrova immediatamente proiettato nelle dinamiche dei personaggi, specchiandosi nelle loro paralisi. È impossibile non immedesimarsi in Flaming (Manuel Mazia), il pittore che rimanda all’infinito l’inizio di un quadro, prigioniero della ricerca della condizione ideale. Ogni volta c’è un dettaglio che non va: il pennello non è adatto, la luce non è quella giusta. La sua ossessione lo spinge a voler dipingere il cielo partendo proprio dalle nuvole, convinto di doverne addirittura “rubare” dei frammenti fisici per poterle ritrarre al meglio. Per farlo, si incaponisce nel voler costruire una scala di sette metri. Una dinamica che svela una verità universale: quante volte, nella quotidianità, rimaniamo fermi per anni in attesa del momento propizio, accumulando scuse pur di non affrontare il rischio del debutto? E quante volte, prima di iniziare un percorso, alziamo sempre più l’asticella, finendo per rendere l’inizio ancora più faticoso e impossibile? Se nel finale la sua esclamazione epifanica «Tutti vogliono iniziare dall’alto, ma tu sei umile: dall’alto non si inizia» sembra suggerire una presa di coscienza, la regista ci svela un’amara e ironica verità:
«Flaming rimane un personaggio irrisolto, che crede di aver trovato la soluzione, ma probabilmente il giorno dopo deciderà di partire da qualcos’altro, pur di evitare di iniziare a dipingere. Il punto non è da dove cominciare, ma farlo, invece di rimandare, dare la colpa ad altro e mai fare i conti con sé stessi. Mi sono interrogata su che figure fossero, e sono convinta che Flaming sia un cerchio senza possibilità di cambiamento, chiuso in sé stesso».
Allo stesso modo, il pubblico dialoga con la complessità di Elvira (Sara Esposito), il personaggio più stratificato dell’opera, intrappolata dalla nascita in uno stato di immobilità per colpa di un’arte occulta che le toglie la possibilità di muoversi. Ma lei non la percepisce come magia, ma come un dato di fatto, «come se si spiegasse tutto in questo modo, con l’oggettività, la razionalità, il cinismo» spiega Mirra.
A scardinare questa gabbia interviene Cossu (Damiano Spitaleri), un pescatore. Per la regista, la sua figura rappresenta «il destino, la provvidenza, la fede cieca dell’uomo. Lui crede senza mai vacillare un attimo e la sua morte era necessaria».
La svolta drammaturgica arriva infatti attraverso lo shock della perdita: un sacrificio voluto dal testo, perché solo lo strappo costringe i sopravvissuti a muoversi. Di fronte al lutto, le strade si dividono. Se Flaming si rifugia in una nuova transitoria convinzione, Elvira sperimenta l’unica vera, autentica rinascita dello spettacolo: «La morte di Cossu determina la salvezza di Elvira, l’unica che si sblocca dalla propria condizione. Lei trova nonostante tutto la forza di alzarsi e camminare, è una rinascita e ascolta le parole di Cossu, quel “lei ora è libera”».
I tre attori sono stati straordinariamente in grado di restituire queste complesse dinamiche psicologiche, valorizzando le sfumature dell’animo umano. Con una regia sensibile e un testo che accarezza le nostre vulnerabilità, Dall’alto, le nuvole evita facili buonismi e si traduce in un luminoso, a tratti doloroso, invito all’azione. Perché, come afferma la stessa Elvira: «Non esiste un reale problema!».
Lea Luisa Berardi
















