RECENSIONE – “Maupin” è uno spettacolo che non si limita a raccontare una vita straordinaria: la riporta in scena con una forza immaginifica che restituisce a Julie d’Aubigny ciò che la storia le ha sottratto. Le Sacre Puttane costruiscono un ritratto vibrante e stratificato di una figura femminile fuori dagli schemi, spadaccina, cantante lirica, amante, avventuriera, edonista e artista: un archetipo queer ante litteram che la Francia del XVII secolo non seppe contenere.
In scena dal 15 al 17 maggio è andato in scena a Galleria Toledo – Teatro Stabile d’Innovazione, inserito nella rassegna Cantiere Under35, curata da Giulia Renzi. Lo spettacolo conferma la vocazione della rassegna a scoprire nuove voci del teatro contemporaneo. Non sorprende che “Maupin”, drammaturgia a firma di Isabella Covelli, abbia conquistato il “Primo Premio Scaramouche 2025”: è un lavoro maturo, coraggioso, capace di fondere ricerca storica, invenzione scenica e una sensibilità politica mai didascalica. Grande consenso anche per il primo spettacolo del programma “L’idiota: circo di voci per attore solo” di Valerio Pietrovita. Affermando “Cantiere Under35” come spazio essenziale e selezione interessante per nuovo teatro in costruzione.
Con questo spettacolo la leggenda torna carne. La vita di Julie d’Aubigny sembra uscita da un romanzo libertino: duelli, fughe, amori proibiti, palcoscenici e scandali. Ma ciò che emerge nello spettacolo non è solo la cronaca di un’esistenza eccessiva: è la determinazione feroce di una donna che ha scelto di vivere esattamente come desiderava. La compagnia “Le Sacre Puttane” non cerca di smontare il mito, ma di affiancarlo alla donna reale, mostrando come la leggenda abbia finito per inghiottire la persona. Il risultato è un dialogo continuo tra verità e invenzione, tra storia e immaginario.
La scelta registica più potente è lo sdoppiamento del personaggio, due interpreti e una sola anima: Maupin è interpretata da Myriam Nissim e Costanza Cutaia, che incarnano le due anime della protagonista attraverso due linguaggi diversi: la parola e il canto lirico. Questa dualità non è un artificio, ma una chiave di lettura: Maupin come creatura scenica, Julie come corpo vulnerabile. Le maschere veneziane, utilizzate per dare vita ai personaggi secondari — dal Re Sole agli amanti, ai rivali — trasformano figure storiche celebri in marionette nelle mani della protagonista, ribaltando la gerarchia del potere.
I costumi, essenziali e funzionali, dialogano con la narrazione senza sovrastarla. Il gesto di scoprire il seno, ripetuto con misura e consapevolezza, diventa un atto simbolico: un promemoria dell’essere donna in un mondo che non prevedeva spazi per una donna così. Le coreografie, asciutte ma incisive, sostengono il ritmo del racconto, mentre le arie in francese, insieme alla sorprendente citazione di “Non, je ne regrette rien”, creano un ponte emotivo tra due epoche e due “usignoli di Francia”: Julie d’Aubigny ed Édith Piaf.
“Maupin” è un lavoro che intreccia linguaggio scenico contemporaneo e repertorio barocco, restituendo vitalità a musiche raramente eseguite (qui la firma del sound designer Ciro Amitrano) a una figura storica che continua a stupire per modernità e libertà. Lo spettacolo diventa così un inno alla gioia queer, alla possibilità di riconoscersi in chi ha sfidato le norme prima ancora che esistesse un vocabolario per farlo. “Maupin” non è solo la riscoperta di una figura dimenticata: è un invito a interrogarsi su chi decide cosa merita di essere ricordato. Le Sacre Puttane rispondono con un teatro che sa essere feroce e delicato, barocco e contemporaneo, intimo e leggendario. Uno spettacolo che non si limita a raccontare una vita straordinaria, ma la fa risuonare nel presente.














