Canzoni alla mano al Teatro Bolivar: Di Bella e Sansone tra scrittura, memoria e condivisione

RECENSIONE – Sul palco del Teatro Bolivar di Napoli, nella serata di giovedì 14 maggio, si sono incontrate due tra le voci più riconoscibili del cantautorato napoletano contemporaneo: Francesco Di Bella e Dario Sansone. Con Canzoni alla mano, prodotto da Nu’Tracks, i due artisti hanno scelto una dimensione volutamente essenziale, trasformando il concerto in uno spazio di racconto, scrittura e condivisione.

Fin dai primi minuti, il Teatro Bolivar si è trasformato in una casa accogliente e familiare: uno spazio intimo, fatto di racconti spontanei, pubblico partecipe e canzoni condivise quasi come confidenze, dove anche la complicità tra i due artisti contribuiva a dissolvere naturalmente la distanza tra palco e platea. Più che un live tradizionale, l’appuntamento è stato un viaggio musicale tra canzoni, aneddoti e processi creativi, in cui i percorsi dei due artisti si sono intrecciati con armonia.

Sul palco Di Bella e Sansone hanno alternato repertori e vissuti personali, attraversando scritture soliste ed esperienze maturate all’interno di due progetti centrali della scena partenopea, rispettivamente 24 Grana e Foja. L’idea alla base del progetto è stata chiara fin dall’inizio: riportare i brani alla loro origine, spogliandoli della produzione e restituendoli nella loro forma più intima e diretta.

Tra i brani eseguiti hanno trovato spazio Nuova Gianturco, Kevlar, Accireme, La nostra canzone, ’A malìa e ’O sciore e ’o viento, insieme a molti altri pezzi del loro repertorio. Ogni traccia è stata accompagnata da racconti legati alla scrittura e alla propria genesi, con il supporto di taccuini e quaderni di appunti che hanno trasformato il palco in uno spazio di lavoro quasi laboratoriale.

Non a caso, uno dei focus principali dello spettacolo è stato proprio il rapporto con i laboratori di songwriting condivisi negli anni dai due artisti. Un’esperienza che Di Bella e Sansone hanno descritto come parte integrante del loro percorso umano e musicale, sottolineando il desiderio di creare uno spazio aperto di confronto e trasmissione. Da qui la scelta di invitare sul palco alcuni ex allievi oggi impegnati nei propri percorsi discografici, tra cui Verrone con Acqua passata, Faderica con Me lo dovevi dire e Spina con Tuono, prodotto da Claudio Gnut.

Le loro esibizioni si sono inserite naturalmente nel flusso del concerto, rafforzando quella forma di dialogo tra generazioni che lo ha attraversato. Il pubblico del Teatro Bolivar ha risposto con partecipazione costante: da una parte gli ascoltatori storici e nostalgici, legati ai due artisti da oltre vent’anni, dall’altra molti giovani presenti proprio grazie ai percorsi di scrittura e formazione nati attorno a questa esperienza condivisa.

Tra i momenti di maggiore pathos, due brani hanno espresso al meglio la dimensione più autentica del progetto.

Da un lato L’attenzione, di Francesco Di Bella, ha assunto una forza particolare nel contesto del live. Il brano ha riportato in superficie l’idea dell’attenzione come forma di cura verso l’altro, come capacità di sottrarsi all’indifferenza e alla superficialità del presente. Una riflessione ancora attuale, intima e al tempo stesso collettiva, che dal palco ha restituito tutta la fragilità e la profondità della relazione umana.

Dall’altro Namoury, legato alla memoria del giovane artista guineano Sessè e interpretato da Dario Sansone, ha rappresentato uno dei passaggi più intensi della serata. Tra sonorità che intrecciano Napoli e Africa, il brano si è trasformato in un momento di ricordo e fratellanza, facendo della musica uno spazio di incontro, testimonianza e accoglienza.

È stato uno scambio artistico e umano, culminato in ’E kose ka spaccano, storico brano-manifesto dei 24 Grana, scelto come chiusura simbolica di una serata intensa e condivisa.

Canzoni alla mano si è rivelato un esperimento riuscito di dialogo tra percorsi artistici, generazioni e linguaggi. Un passaggio che mette in relazione esperienza e futuro e che ribadisce, senza retorica, una cosa semplice: la musica, quando si sottrae al superfluo, continua a essere un luogo di incontro, complicità e condivisione.

 

 

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