RECENSIONE – Le molteplici voci di Marta Cuscunà ci permettono di immergerci nella storia delle Clarisse di Udine, fanciulle indotte dai propri Padri ad indossare lo stretto abito monacale, stretto quanto le convenzioni sociali e religiose vigenti.
Nel XVI secolo il destino delle figlie femmine era segnato: venivano allevate per essere mogli e madri, veniva negata loro ogni forma di istruzione in quanto alcune letture avrebbero potuto instillare in loro idee malsane.
Se le figlie crescevano belle, sane e docili, i loro padri potevano offrire una dote esigua agli uomini, certamente ben disposti a prenderle in moglie.
Se le figlie non erano di forte costituzione o non più tanto giovani o, peggio ancora, dal carattere poco mite, i loro padri dovevano offrire una dote maggiore per convincere gli uomini a sposarle.
Si era radicato tra i padri, le cui le figlie avevano poche occasioni di trovar marito oppure per le famiglie ove le femmine erano in maggioranza, la pratica di prospettare loro la vita in convento come unica possibilità esistente.
Le figlie venivano introdotte nei conventi sin da piccole affinché fossero portate a credere di aver scelto liberamente la vita che veniva loro mostrata.
Tra queste fanciulle, vi erano anche le suore Clarisse del convento di Santa Chiara a Udine: ciascuna di essa si era ritrovata tra quelle mura a prendere atto del destino che altri avevano scelto al proprio posto e riflettere di avere soltanto la possibilità di accettarlo.
Le Clarisse appaiono nella forma di marionette, a voler evidenziare quanto fosse stato facile manipolarle o semplicemente ingannarle e prendono vita grazie alla abilità dell’attrice Marta Cuscunà.
Le singole suore si sentivano fragili ed impotenti di fronte a tale destino ma l’unione delle loro voci nate dal confronto, presto, diede vita ad un progetto: era necessario procurarsi libri e manoscritti, testi con cui istruirsi ed apprendere le scienze del tempo allo scopo di prendere le redini dell’unico luogo che le avrebbe ospitate per tutta la vita.
I parenti delle Clarisse procurarono loro i testi disponibili e, ben presto, il convento di Santa Chiara a Udine divenne un vero e proprio centro di cultura in cui concittadini di Udine erano propensi che i propri figli e le proprie figlie vi partecipassero.
Il caso delle Clarisse del Santa Chiara di Udine arrivò ben presto all’attenzione dell’Inquisizione.
Le Clarisse furono accusate di eresia e condotte a processo: grazie alla loro astuzia, si mostrarono remissive e piuttosto ingenue di fronte alle accuse di possedere due manoscritti dal contenuto compromettente, affermando di saper leggere ben poco e che i testi appartenevano ad una suora ormai deceduta.
Avvincente è la messa in scena del processo in cui le vocine flebili delle Clarisse sono contrapposte alla presenza imponente della marionetta dell’Inquisitore, teso a cavare una confessione dalle risposte delle monache.
Contro ogni aspettativa, le Clarisse furono assolte da ogni accusa e condotte nuovamente presso il convento dove, al loro ritorno, l’intera cittadina di Udine le attendeva per celebrarle.
Le Clarisse riuscirono ancora per svariati anni a svolgere le attività di formazione e di istruzione per le quali si erano tanto battute, tuttavia, le autorità ecclesiastiche non le avevano mai perse di vista.
La Chiesa comprese quale fosse la strategia idonea a porre fine alla vicenda delle Clarisse prima che diventassero un modello da seguire: le loro voci unite, l’aver messo insieme le proprie forze le aveva rese in grado di affrontare il potere maschile, pertanto, la decisione fu quella di dismettere il convento di Santa Chiara di Udine e di trasferire le Clarisse, separando le une dalle altre.
Dura lex sed lex.
Tuttavia, di fronte a leggi ingiuste, nonché a qualsiasi forma di oppressione e di sopruso è necessario che ciascuno di noi prenda posizione ed incarni la figura delle Clarisse, donne forti e coraggiose che in tempi bui hanno saputo attivarsi per iniziare a sgretolare quelle salde convenzioni sociali e religiose in piedi da secoli.













