Al Teatro San Luca di Pozzuoli in scena Anagramma di madre

RECENSIONE – Ci sono spettacoli che partono da una domanda semplice e finiscono per aprire una crepa. Anagramma di madre, scritto da Betta Cianchini e diretto da Giuseppe Miale di Mauro, è uno di questi: prende il mito contemporaneo della maternità e lo smonta pezzo per pezzo, restituendone una versione più fragile, più contraddittoria, decisamente più vera.

Al centro non c’è la nascita, ma il dopo. Quel territorio opaco e poco raccontato che segue l’arrivo di un figlio: notti insonni, senso di inadeguatezza, stanchezza fisica e mentale, ma anche improvvisi slanci d’amore assoluto. Una materia complessa che lo spettacolo affronta senza filtri, trasformando l’intimità in racconto collettivo.

La struttura è essenziale, quasi scarnificata. Due corpi in scena — madre e padre — che si confrontano, si scontrano, si osservano mentre il loro equilibrio si incrina. Non c’è idealizzazione, né compiacimento. La scrittura si muove tra ironia e ferocia, alternando momenti di leggerezza a improvvise cadute nel disagio, in un continuo slittamento di tono che riflette la natura stessa dell’esperienza raccontata.

 

Uno degli elementi più interessanti è proprio lo sguardo doppio: non solo la madre, ma anche il padre. Una generazione che si trova per la prima volta a confrontarsi con una forma di spaesamento emotivo che non può più essere delegata o rimossa. Il risultato è un dialogo irregolare, mai pacificato, che restituisce la genitorialità come campo di tensione più che come stato acquisito.

Cianchini costruisce il testo a partire da testimonianze reali — centinaia di voci raccolte — e questa origine si avverte: le parole hanno un’urgenza concreta, non letteraria. È un teatro che nasce dall’ascolto e che conserva qualcosa di grezzo, volutamente non levigato.

La regia accompagna senza proteggere. Non cerca soluzioni, non addolcisce gli angoli. Lascia che la scena resti esposta, che i personaggi si muovano dentro una fragilità che non diventa mai vittimismo, ma nemmeno si risolve in consolazione.

Anagramma di madre è uno spettacolo che lavora per sottrazione, ma lascia molto. Non offre risposte, né catarsi rassicuranti. Piuttosto, costringe a riconoscere qualcosa che spesso resta nascosto: il fatto che la felicità, anche nei momenti più celebrati, può avere una forma instabile.

E forse è proprio in questa instabilità che il teatro trova, ancora una volta, la sua necessità

 

 

 

 

 

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