RECANSIONE- Al Teatro Mercadante arriva uno spettacolo che non concede vie di fuga. Medea’s Children, firmato dal regista svizzero Milo Rau, non è una semplice riscrittura del mito euripideo, ma un dispositivo scenico disturbante che mette lo spettatore davanti a ciò che preferirebbe non vedere: la violenza nella sua forma più radicale, quella domestica.
Il punto di partenza è noto: Medea, madre che uccide i propri figli.
Ma Rau sposta radicalmente lo sguardo. Qui non è la madre al centro della narrazione, bensì i figli. Bambini in scena che raccontano, ricostruiscono, interpretano una tragedia che li riguarda direttamente, rompendo il silenzio a cui erano relegati nella tragedia classica.
Ne nasce un corto circuito potente: l’innocenza che si confronta con l’orrore, la finzione teatrale che si intreccia con un fatto di cronaca reale — un infanticidio contemporaneo — trasformando il mito in uno specchio inquietante del presente.
Rau, maestro del cosiddetto “teatro della realtà”, costruisce uno spettacolo che è insieme teatro e cinema. La presenza costante della videocamera frammenta e moltiplica lo sguardo: ciò che accade in scena viene simultaneamente amplificato, distorto, reso ancora più vicino e allo stesso tempo più insopportabile. Non si tratta di un semplice espediente tecnico, ma di un vero e proprio linguaggio: guardiamo e siamo guardati, testimoni e complici.
La violenza, infatti, non è mai simbolica. È esplicita, insistita, quasi insostenibile. Ma proprio in questa scelta radicale risiede il cuore politico dello spettacolo: non c’è estetizzazione, non c’è consolazione. Lo spettatore è costretto a interrogarsi, a prendere posizione, a fare i conti con una domanda che resta sospesa anche dopo il sipario: siamo davvero estranei a ciò che vediamo?
Eppure, in questo buio, emerge una dimensione sorprendentemente poetica. I bambini — attori e al tempo stesso narratori — parlano di separazioni, paure, primi traumi, trasformando la tragedia in una riflessione sulla crescita e sulla trasmissione del dolore tra generazioni. La loro presenza destabilizza, ma è anche ciò che rende possibile una forma nuova di catarsi: non più basata sull’identificazione con l’eroe, ma su una responsabilità condivisa.
Medea’s Children è, in definitiva, un’esperienza più che uno spettacolo. Un lavoro che divide, che può respingere, ma che difficilmente lascia indifferenti. Rau non cerca consenso: cerca uno sguardo lucido sul presente, anche quando questo significa attraversare l’insostenibile.
E in questo attraversamento, il teatro torna ad essere ciò che dovrebbe sempre essere: un luogo necessario.














