RECANSIONE- C’è un tempo sospeso, quasi collassato su sé stesso, dentro cui si muove Giu.Ro. Libera gioventù bannata dal tempo, il nuovo lavoro di Mimmo Borrelli. Un tempo “bannato”, come suggerisce il titolo, in cui il futuro sembra già compromesso e il presente è abitato da una giovinezza inquieta, ferita, esposta.
Liberamente ispirato a Romeo e Giulietta, lo spettacolo prende le mosse dal mito shakespeariano per trasportarlo nei Campi Flegrei, in un paesaggio distopico attraversato da un evento catastrofico — un terremoto che sostituisce la peste elisabettiana — e che diventa metafora di una frattura più profonda: quella tra generazioni.
Borrelli affida questa materia incandescente ai giovani attori della Bellini Teatro Factory, trasformandoli non solo in interpreti, ma in corpo vivo di un conflitto che li riguarda direttamente. Il risultato è un teatro che vibra di urgenza, dove la parola poetica — aspra, stratificata, visceralmente napoletana — si intreccia con un’energia scenica irregolare, a tratti brutale, sempre autentica.
L’amore dei due protagonisti non è più soltanto il centro tragico della vicenda, ma una fragile resistenza in un mondo che sembra aver smarrito ogni coordinate etica. Attorno a loro si muove una comunità spezzata, dominata da padri assenti o fallimentari, incapaci di trasmettere un senso, lasciando i figli a confrontarsi con un’eredità fatta di macerie.
È qui che lo spettacolo trova la sua dimensione più politica: Giu.Ro. non parla solo di giovani, ma di ciò che i giovani ricevono — o non ricevono — da chi li precede. Il conflitto generazionale diventa materia tragica, e la scena si trasforma in un campo di tensione continua tra destino e possibilità.
La scrittura di Borrelli, come sempre, non cerca la misura. È eccessiva, stratificata, volutamente debordante. A tratti può respingere, ma è proprio in questa radicalità che trova la sua forza: un linguaggio che non si piega alla semplificazione, che chiede allo spettatore di restare, di attraversare, di ascoltare.
Non tutto è compiuto, non tutto è armonico — ma probabilmente non deve esserlo. Giu.Ro. è uno spettacolo in stato di combustione, che vive di slanci e discontinuità, proprio come la giovinezza che mette in scena.
E in questo magma instabile, sull’orlo di un vulcano reale e simbolico, emerge una domanda che resta aperta: cosa significa oggi essere giovani, quando il tempo stesso sembra aver rinunciato a promettere qualcosa?













