RECENSIONE – Con “Totale”, Pier Lorenzo Pisano conferma la propria capacità di trasformare la scena in uno spazio di interrogazione più che di semplice rappresentazione. Lo spettacolo, accolto al Teatro Piccolo Bellini dal 18 al 30 novembre, si afferma come un lavoro ponderato, evitando eventuali costruzioni narrative convenzionali per spingersi invece verso una forma teatrale fatta di sottrazioni, vuoti, risonanze.
Pisano struttura “Totale” come un percorso di frammenti, momenti che sembrano emergere e scomparire nello stesso istante. La linearità viene accantonata in favore di una logica scenica fondata sull’interruzione e sulla ripetizione, con un perfetto movimento oscillatorio di sensazioni che intensificano l’atmosfera. In questo contesto, il tempo è parte viva della rappresentazione: si dilata, si contrae, si sospende, diventando esso stesso drammaturgia.
I due interpreti, Gioia Salvatori e Andrea Cosentino, affrontano la partitura scenica con una precisione che non sacrifica mai la fragilità. Salvatori porta in scena una grazia inquieta, una fisicità vigile in cui ogni gesto è calibrato ma mai irrigidito. Cosentino, con la sua consueta profondità non convenzionale, offre un contrappunto ironico e straripante. Insieme abitano lo spazio come se ne stessero testando continuamente i confini emotivi.
La scenografia di Rosita Vallefuoco è ridotta all’essenziale, ma proprio in questa essenzialità trova la sua forza evocativa. Non c’è nulla che conduca al realismo, al contrario sembra di essere catapultati improvvisamente in una realtà al di fuori dello spazio e del tempo, quasi cartoonata.
Tutti gli oggetti usati per la scenografia, così come i costumi realizzati da Raffaella Toni, contribuiscono a non imporre caratterizzazioni ma a suggerire un’identità in continua variazione.
Le luci di Raffaella Vitiello modellano lo spazio in modo millimetrico: il risultato è che lo spettatore è guidato a focalizzarsi sul corpo e sui gesti, ad indagare attivamente il territorio mentale in cui gli attori si muovono, un territorio quasi più interiore che teatrale.
Le musiche originali di Francesco Leineri non cercano di riempire il vuoto, ma lo amplificano. Suoni intermittenti, pulsazioni trattenute, vibrazioni minime entrano ed escono dalla scena come se fossero un ulteriore personaggio invisibile. La componente sonora diventa qualcosa che non definisce, ma sposta continuamente l’ascolto, insinuando una tensione che non si risolve.
“Totale” si pone come uno spettacolo che non propone una soluzione, né una morale: chiede allo spettatore di abitare un paesaggio di incertezze, di affrontare il non detto e il non mostrato, trasformando l’indeterminatezza in una forma, la sottrazione in linguaggio, il vuoto in un luogo da ascoltare.














