RECENSIONE – Finale di partita di Gabriele Russo al Teatro Bellini
C’è un punto, mentre Finale di partita scorre nella sua immobilità pulsante, in cui lo spettatore capisce che non sta assistendo all’ennesima “operazione Beckett”, ma a un gesto di restituzione. Non un omaggio, non una riproduzione filologica: un ritorno al cuore vivo dell’opera. Gabriele Russo porta in scena al Teatro Bellini un Finale di partita sorprendentemente domestico e, proprio per questo, spaventosamente vicino. Un Beckett che non vive in un altrove metafisico ma dentro le incrinature del nostro presente, dove l’assurdo non è una categoria estetica: è la normalità.
L’appartamento di Hamm e Clov — decadente, umido di ruggine e memoria — è un luogo che potremmo aver abitato. Le finestre serrate, le abitudini che diventano rifugi, le relazioni che raschiano la pelle: tutto rimanda a una quotidianità che abbiamo attraversato senza nominarla. La pandemia resta un’ombra, un’eco trattenuta nel respiro degli attori, nella distanza che li separa pur costringendoli a convivere. Russo non la dichiara, ma la lascia vibrare sotto il testo, come una nota bassa che sostiene l’intera partitura emotiva.
Il lavoro attoriale, nutrito da prove vissute come esplorazione più che come applicazione di una forma, respira di un ritmo interno, spezzato, in sottrazione. Hamm e Clov sono due corpi che resistono e cedono allo stesso tempo: dipendenza e rifiuto, tenerezza e crudeltà si avvicendano senza catarsi, senza la consolazione del simbolo. I genitori chiusi nella vasca — non icone, non silhouette da teatro dell’assurdo — diventano presenze che odorano di verità, fragili come oggetti abbandonati troppo a lungo.
Russo scardina il “canonico Beckett” con rispetto e coraggio. Non cerca la musica perfetta della partitura originale, ma ascolta ciò che oggi quella musica può diventare. Il suo Finale di partita rinuncia all’allegoria per abbracciare la relazione: ciò che resta, nel dopo-fine del mondo, non è un concetto ma una famiglia sfibrata che tenta, disperatamente, di continuare a esistere. È qui che l’assurdo si fa umano: nella ripetizione dei gesti che ci salvano e ci imprigionano, nella paura di lasciare l’altro e nella paura di restare.
La scena — verosimile, concreta, quasi brutale — non concede appigli estetizzanti. È un interno che ha perso ogni bellezza ma non la sua forza evocativa, un “dentro” che contiene ogni limite. Gli attori la attraversano con una vulnerabilità rara: ascoltano, reagiscono, contraddicono il testo per renderlo vivo, permettendogli di trasformarsi sera dopo sera, come Russo dichiara nei suoi quaderni di regia.
Il risultato è uno spettacolo in bilico, esposto, aperto. Un Beckett liberato dal cliché, riportato alla densità dei legami umani, dove la fine non è più un concetto filosofico ma la resa quotidiana che compiamo davanti a chi amiamo. Una resa tenera, feroce, inevitabile.
E nella fragilità che la regia rivendica come metodo e materia, lo spettacolo trova la sua verità più netta: non la fine del mondo, ma la fine possibile di ogni giorno, sempre rimandata, sempre sfiorata. In quella sospensione, Finale di partitadiventa una radiografia del nostro tempo, un’immagine che non consola ma restituisce, con precisione dolorosa, ciò che siamo diventati.
Uno dei Beckett più “umani” visti negli ultimi anni. E proprio per questo, uno dei più fedeli













