RECENSIONE – Dal 3 al 13 aprile, il Teatro San Ferdinando di Napoli si accende con la prima nazionale di Le Anime Morte ovvero Le (Dis)avventure di un Onesto Truffatore, un viaggio teatrale firmato da Peppino Mazzotta, che ne cura testo e regia, con la collaborazione drammaturgica di Igor Esposito.
Liberamente ispirato al capolavoro di Nikolaj Vasil’evič Gogol’, lo spettacolo – prodotto dal Teatro di Napoli – Teatro Nazionale e dal Teatro Stabile del Veneto – Teatro Nazionale – porta in scena un cast affiatato: Federico Vanni nei panni del protagonista Cicikov, affiancato da Milvia Marigliano (Korobocka), Gennaro Apicella (Direttore delle Poste), Raffaele Ausiello (Nozdrev), Gennaro Di Biase (Selifan), Salvatore D’Onofrio (Governatore), Antonio Marfella (Capo della Polizia), Alfonso Postiglione (Sobakevic) e Luciano Saltarelli (Malinov). Le scene di Fabrizio Comparone, i costumi di Eleonora Rossi, le luci di Cesare Accetta, i contributi digitali di Antonio Farina e le musiche di Massimo Cordovani completano un allestimento che si preannuncia intenso e visionario.
Mazzotta parte da un’intuizione semplice ma potente: Gogol’, nato nel 1809 e autore delle Anime morte nel 1842, parla ancora al nostro presente. Non è solo la forza di un classico, che come un eco non smette mai di risuonare, ma la sconcertante attualità di un mondo fatto di imbrogli, avidità e corruzione. Al centro della storia c’è Pavel Ivànovic Cicikov, un funzionario pubblico che di virtuoso ha ben poco. Gogol’ lo presenta come un mascalzone, una figura che rifiuta l’ipocrisia dell’“uomo perbene” – un concetto ormai svuotato, cavalcato fino allo sfinimento – per abbracciare senza remore la sua natura truffaldina. È un antieroe che si rigenera in ogni epoca, un burocrate scaltro mosso dall’ambizione e da un’energia che lo spinge a vagare senza sosta, privo di scrupoli ma avvolto in un’aura di cortesia e decoro. Incontrandolo, lo trovereste persino simpatico, un “brav’uomo” all’apparenza impeccabile.
Cicikov è il cuore di un piano tanto geniale quanto cinico: sfruttare le “anime morte” – i servi della gleba deceduti ma ancora registrati nei censimenti, per cui i proprietari pagano tasse inutili – per trarne profitto. Con contratti perfettamente legali, il nostro “onesto truffatore” rileva questi fantasmi burocratici, li ipoteca e incassa somme ingenti, tutto nel rispetto delle regole. Il suo viaggio diventa un’odissea grottesca, un tuffo in un’umanità meschina e attaccata alla “roba”, tra proprietari stolti e avidi che popolano un inferno quotidiano. Mazzotta, concentrandosi sulla prima parte del poema gogoliano – l’unica compiuta, mentre la seconda è frammentaria e la terza mai scritta – trasforma questa galleria di vizi e personaggi in un ritratto tragicomico che vibra di vita teatrale.
Sul palco, il testo prende forma con una forza scenica irresistibile. La regia di Mazzotta esalta il lato picaresco e surreale del racconto, dipingendo un’umanità di “morti-viventi” che si aggrappano a beni materiali senza mai alzare lo sguardo. Ogni personaggio – dal Governatore al Capo della Polizia, dalla Korobocka a Sobakevic – è un tassello di questa commedia nera, un’esplosione di meschinità e assurdi che Gogol’ offre come dono alla scena. Non a caso, in Russia Anime morte ha ispirato innumerevoli adattamenti teatrali e cinematografici: la sua potenza visiva e la sua ironia corrosiva sono un terreno fertile per il palcoscenico.
L’allestimento napoletano si nutre di questa eredità, ma la fa propria con un linguaggio che parla al qui e ora. Le luci di Accetta scolpiscono atmosfere taglienti, i costumi di Rossi vestono i personaggi di un’umanità sgangherata, mentre le scene di Comparone creano un mondo sospeso tra realtà e incubo. Le Anime Morte di Mazzotta non è solo un omaggio a Gogol’, ma un grido che ci interpella: in un’epoca di maschere e inganni, Cicikov potrebbe essere chiunque, forse persino uno di noi. Uno spettacolo che scuote, diverte e lascia un segno, come solo il grande teatro sa fare.














